I dolori del giovane Cafone

Gentili lettori, il redattore deve ammettere di essere disorientato. Il nitore delle evidenze probatorie e documentali che giungono agli occhi e agli orecchi del redattore quando si parla delle cafonerie del Cafone, perdono definizione e dettaglio quando ci si riferisce alla sua relazione con le donne.

Il redattore gli aveva appena lanciato l’invito, alla fine del precedente scritto, a trombare un po di più, che subito Marco Bradipo ci sorprende con il seguente post:

Il post de Bradipo da Phi Phi Island (Tailandia) con al sua dolce compagnia

Il post de Bradipo da Phi Phi Island (Thailandia), con la sua dolce compagnia

L’incongruenza è stata immediatamente stigmatizzata dal solito Rob Buzz Uzzi, attento ed imparziale osservatore,  che ha richiamato subito l’attenzione di Nando Zanchetta, incolpevole ambasciatore degli scritti del Nuovo Redattore.

A parziale giustificazione del travisamento operato dal redattore, si vuole citare un vecchio post di Marco Bradipo dove egli deliberatamente dichiarava di essersi allontanato dalle donne, in quanto ostacolavano la sua luminosa carriera di climber. Eccolo:

Il post del Cafone nel quale dichiarava di rinunciare per sempre alle donne (anno 2012)

Il post del Cafone nel quale dichiarava di rinunciare per sempre alle donne (anno 2012)

Di fronte a questo enigmatico rompicapo, il redattore ha avviato un’approfondita indagine, che lo ha portato in breve tempo a chiarire almeno parzialmente la questione.

Tuttavia, per giungere a tale risultato il redattore si è visto costretto a mettere in atto comportamenti gravemente lesivi della dignità umana, ai danni di Marco Bradipo e ora la sua onestà intellettuale non gli consente di esimersi dal denunciare pubblicamente le malefatte di cui si è reso protagonista. Il redattore è infatti il mandante di un furto perpetrato dal suo sgherro Nando Zanchetta, coadiuvato per gli aspetti logistici dall’amico Filiberto dè Barberis di Castelvetere, e architettato allo scopo di sottrarre informazioni segrete e personali al Cafone. Il colpo è stato organizzato fin nei minimi particolari ed ha in effetti sortito esito positivo, tal che il redattore ne può descrivere di seguito la dinamica.

Il Cafone suole andare in palestra per i suoi lunghi ed alienanti allenamenti e, in quella situazione, è solito abbandonare il proprio voluminoso zaino proprio all’ingresso della sala esercizi. Tale ingombrante bauletto ha sempre destato, per le sue rilevanti dimensioni, la curiosità degli sportivi avventori della palestra, in primis lo Zanchetta e il dè Barberis di Castelvetere. Costoro hanno quindi malevolmente contattato il redattore per chiedergli se ritenesse utile una verifica del suo contenuto. Il redattore, cronista d’assalto e amante della pura verità, si è ovviamente dichiarato disponibile a sostenere i due in questa meschina e perniciosa azione, comunque messa in atto, lo si deve ammettere, per sincero spirito di conoscenza.
Il piano prevedeva l’attenta ispezione del contento dello zaino del Bradipo e il reperimento di informazioni che potessero dare indicazioni sulle origini e gli sviluppi della cafonaggine del Cafone ed eventualmente della sua condotta contraddittoria con il gentil sesso. Almeno queste erano le speranze del redattore.
Il momento dell’apertura dello zaino è stato attentamente studiato, verificando al secondo gli spostamenti del Cafone in palestra ed i suoi piani di allenamento.
Si è infatti constatato, in fase di pianificazione del colpo, che il Bradipo, dopo 80 – 90 minuti di attento riscaldamento (corsa leggera, flessioni sulle gambe e sulle braccia,  addominali, torsioni del busto, manubri leggeri per deltoide, bicipite, tricipite, bradipiale, brachiale, coraco-brachiale, supinatore, estensori breve e lungo del carpo, flessori e estensori, sia brevi che lunghi, sia radiali che ulnari, pronatore rotondo, anconeo, brachioradiale e estensori propri del pollice, del mignolo e delle altre dita), procede concentrato e determinato verso gli esercizi al trave. Due volte alla settimana il tema è Power Endurance: serie di 22 trazioni sulla tacca da 5 millimetri, e successiva sospensione senza soluzione di continuità fino al completamento dei 5 minuti, da ripetere per 6 volte, per un totale di 30 minuti per ogni serie. Tutto senza mai scendere dal totem. Una macchina da guerra, un fenomeno della natura, recentemente oggetto di studio da parte del dipartimento di Human Physiology dell’Università di Princeton (New Jersey). Il prof Oliver Hardy, che  ha condotto le ricerche, sostiene di non aver mai visto nulla di simile e che probabilmente si tratta di un’anomalia genetica dovuta ad un’alterazione del genoma (il nucleotide G), che nel corpo umano è delegato alla metabolizzazione della magnesite e del crack.
Lo Zanchetta, con il dè Barberis che faceva da palo simulando delle facili arrampicate sulle ronchie della vicina placca (quelle difficili non potrebbe comunque farle), avrebbe avuto quindi circa 30 minuti per agire. E così è stato.

All’apertura dello zaino, il fedele Nando Zanchetta ha trovato vari oggetti: un pettine un po unto, un paio di occhiali Rayban (probabilmente quelli prestati a Mozart), delle palle di gomma per l’allenamento delle dita, vari scontrini di pedaggio autostradale (Roma-Orte e Roma-Fiano Romano), uno scontrino del Bar Centrale di Vitorchiano e, audite audite, il diario privato di Marco Bradipo. La lucidità di Zanchetta è stata straordinaria: in pochi minuti ha fotografato con il suo smartphone tutte le pagine del diario e ha rimesso a posto il prezioso documento. Al suo ritorno, il Cafone, visto il suo normale stato di rincoglionimento e considerate le quantità eccessive di acido di lattico che in quei momenti invadevano i suoi neuroni bloccando l’attività elettrica delle sue sinapsi, non gli hanno consentito di osservare che lo zaino era stato manomesso.
Il redattore ha quindi ora a disposizione una serie di preziosissimi elementi, che lo aiuteranno a far luce sulla controversa e complessa personalità del Bardipo.

Si deve in primo luogo riconoscere che le risultanze di quanto reperito nel diario hanno del sensazionale: il redattore credeva che il Cafone fosse da sempre un cafone, che il suo animo, ora abbrutito dalle trazioni, e il suo cervello, ora annullato dalla fissa per i gradi, fossero per nascita e per indole di un qualche rango inferiore.
Niente di più sbagliato. L’immagine che il diario ci restituisce è quella di un ragazzo sensibile e cogitabondo, i comportamenti del quale, a causa di certi avvenimenti che lo hanno condizionato durante l’infanzia e l’adolescenza, hanno preso una incontrollata deriva cafona.

Il diario, sotto forma di epistolario indirizzato ad un suo confidente immaginario, certo Wilhelm, verte sostanzialmente sul suo amore non corrisposto per la bella Bernadette.
Come i lettori sanno, Marco Bradipo conobbe Bernadette alle scuole medie. Vivevano entrambi al centro di Roma: lei in Via del Babbuino nello spazioso appartamento acquistato da papà, affermato chirurgo, piano alto, soffitti a cassettoni, diversi disimpegni, triplo salone, tripli servizi, luminosissimo, balconatissimo, dove ella ancora vive con la famiglia; lui a Via Flaminia, poco fuori Porta de Popolo, in un appartamento affittato a equo canone per 90 euro al mese da un Ente, con un contratto della durata di 99 anni, ereditato (il contratto) alla morte della nonna. Nonna Bradipo, una donna tutta casa e chiesa, lavorava a servizio nell’abitazione di un assessore democristiano al Comune di Roma negli anni ’70 ed era riuscita, dopo anni di onorata professione, Dio volendo, a farsi assegnare questa unità immobiliare, promettendo voti alla DC, il suo e quelli dei suoi discendenti, per l’eternità. Da questo punto di vista il Bradipo, tutto sommato, è un ragazzo fortunato.

Per questa vicinanza abitativa, lui e Bernadette frequentavano la stessa scuola. Appena lui la vide, il primo giorno di scuola, fu subito amore: gli occhi azzurri, i capelli biondi con le trecce, la pelle trasparente come alabastro, il sorriso etereo, lo sguardo altero, il principesco e nobile incedere di Bernadette, ma soprattutto il Mercedes Pagoda cabrio di suo papà, fecero immediatamente breccia nel cuore borgataro del Cafone. Lei non lo guardava nemmeno e lo salutava a mezza bocca alla prima ora, per poi dimenticarsene del tutto come se fosse un appestato.
Lui ne soffriva molto, almeno questo risulta dal suo diario, e per reazione, cercava di farsi notare fumando sigarette senza filtro, mettendo miccette sotto la cattedra dei professori,  tirando bombette puzzolenti a Carnevale, dicendo bestemmie e parolacce e picchiando i suoi compagni più piccoli. Ma Bernadette, nonostante queste leziose e galanti dimostrazioni d’amore, aveva occhi solo per Filiberto, il suo fidanzato da sempre.

Durante la ricreazione i ragazzi giocavano e Bradipo cercava di avvicinarla.
Leggiamo dal suo diario, notando qualche somiglianza con alcuni scritti di Johann Wolfgang von Goethe:

Quale brivido mi corre nelle vene quando per caso le mie dita toccano le sue, quando i nostri piedi s’incontrano sotto il banco! Mi ritiro come dal fuoco, una segreta forza mi spinge avanti di nuovo, e tutti i miei sensi sono presi da vertigine. E la sua innocenza, la sua anima ignara non le lasciano comprendere come queste piccole familiarità mi fanno male. Se, giocando, lei posa la sua mano sulla mia, se a mosca cieca lei si avvicina a me in modo che il suo alito divino sfiori le mie labbra, io credo di morire, come percosso dal fulmine. E se una volta, caro Wilhelm, quell’anima celeste e fiduciosa io osassi… tu mi capisci? No, il mio cuore non  è così corrotto! Ma  è debole, molto debole, e questa non  è forse corruzione?
Lei mi  è sacra. Ogni desiderio tace alla sua presenza. Non posso dire quello che succede in me quando le sono vicino; mi pare che tutta l’anima si riversi nei miei nervi. Bernadette conosce una melodia che suona al pianoforte con un’angelica espressione, con grande semplicità e spirito. è la sua aria preferita, e appena suona la prima nota all’ora di musica, fuggono lontano da me pene, preoccupazioni, capricci. Sono così preso da quella semplice melodia che non mi pare inverosimile niente di quel che si racconta del fascino della musica antica. E come lei sa cominciarla al momento opportuno, proprio quando starei per tirarmi una palla nella testa. Il cupo turbamento della mia anima si dissipa, e io di nuovo respiro liberamente.

Ritratto di Goethe, da cui il Cafone ha attinto a piene mani nel suo diario (Joseph Karl Stieler, 1828)

Ritratto di Goethe, da cui il Cafone ha attinto a piene mani nel suo diario. (Joseph Karl Stieler, 1828, olio su tela)

Non è incredibile? Il diario del Cafone è costellato di simili afflati amorosi, ma il redattore, per non peccare di impudicizia, preferisce ometterne la pubblicazione.

Un giorno, al liceo, il Cafone scoprì che in effetti Bernadette se la rifaceva con Filiberto. La sua delusione fu cocente:

Talvolta non posso concepire che un altro possa, osi amarla, mentre io l’amo così unicamente, profondamente, compiutamente, e non conosco, non so, non ho che lei al mondo!

E ancora, più avanti:

Lei sente ciò che io soffro: oggi il suo sguardo mi  è arrivato fino al cuore. L’ho trovata sola, che fumava di nascosto dalla bidella al bagno del secondo piano; non ho detto niente, e lei mi ha guardato. E in lei non ho più visto l’affascinante bellezza, la luce del nobile intelletto: tutto era scomparso ai miei occhi: un più splendido sguardo agiva su di me, esprimendo tenero interesse, dolce compassione. Perché non ho osato gettarmi ai suoi piedi? Perché non ho osato gettarmi al suo collo e coprirla di baci? 

La situtazione si faceva quindi sempre più insostenibile, e Bradipo decise così di allontanarsi dalla quella scuola per non soffrie, fin quando si cominciò a credere che fosse passata la sua cotta. La giustificazione per la sua dipartita fu: So’ troppo soggetti sti’ ricconi demmerda!

Un giorno Bradipo apprese che Filiberto andava in montagna e che aveva trasmesso questa passione alla sua amata Bernadette. Se ne andavano il sabato e la domenica sui monti a fare delle lunghe e remunerative escursioni. Panorami sconfinati sui monti Lucretili, Tiburtini e Ruffi. Estenuanti scarpinate sulle incontaminate vette dei monti Sabini. Spericolate giornate outdoor sulle ripide pendici dei monti Ernici, con bussola e k-way.
In poco tempo Bradipo acquistò il suo primo paio di scarpe da trekking e cominciò anche lui ad andare per monti. Memorabili le sue impressioni di quei magici giorni, sulla vetta del Monte Gennaro davanti al meraviglioso spettacolo del Monte Pellecchia:

La struggente vista dalla vetta del Monte Gennaro verso il Monte Pellecchia

La poetica e struggente vista dalla vetta del Monte Gennaro verso il Monte Pellecchia

La mia anima  è pervasa da una mirabile serenità, simile a queste belle mattinate di maggio che io godo con tutto il cuore. Sono solo e mi rallegro di venire in questi luoghi che sembrano esser creati per anime simili alla mia. Sono così felice, mio caro, così immerso nel sentimento della mia tranquilla esistenza che la mia arte di camminare in montagna quasi ne soffre. […]
Quando l’amata valle intorno a me si avvolge nei suoi vapori, e l’alto sole si posa sulla mia foresta impenetrabilmente oscura, e solo alcuni raggi si spingono nell’interno sacrario, io mi stendo nell’erba alta presso il ruscello che scorre, e più vicino alla terra osservo mille multiformi erbette; allora sento più vicino al mio cuore brulicare tra gli steli il piccolo mondo degli innumerevoli, infiniti vermiciattoli e moscerini, e sento la presenza dell’Onnipossente che ci ha creati a sua immagine e ci tiene in una eterna gioia.

Dalle escursioni all’alpinismo il passo fu breve. Bradipo capì che almeno in questo sport poteva surclassare Filiberto, il suo nemico giurato.

Cosi cominciò la sua ascesa nel climbing: allenamenti continui, studi di anatomia applicata, applicazione dei metodi di allenamento più sofisticati, alimentazione controllatissima, viaggi in tutte le principali location di arrampicata e blocchi del mondo.
Sembrerebbe che il contatto con la roccia lo trasformò: la componente wertheriana del suo carattere scomparse completamente per lasciare spazio esclusivo alla sua componente cafona, facendo di lui un rabdomante del punto G.

Fu questo il periodo in cui il Cafone conobbe i piaceri del sesso e si buttò corpo e anima nella conquista di quante più femmine fosse possibile. Il diario ce ne da evidenza, assommando il totale delle sue conquiste a ben 2.065 donne, suddivise per paese e per falesia, in una lista riassuntiva stilata da Bradipo, nella parte finale del suo diario.

Italia: 640, tra Lumignano (commento: tutti caini demmerda), Ceredo (commento: fiche pazzesche), Arco (commento: ar campeggio se rimorchia ‘na cifra)
Germania: 231, principalmente in  Frankenjura (commento: troppo naziste a letto)
Francia: 100, tra Orgon, Gorge du Loup, Ceuse (commento: troppa salita; arivavo stanco e duravo poco)
Turchia: 91, pricipalmente a Geyikbayiri (commento: qua arivano tutte vergini ar matrimonio……. ‘na figata……)
Spagna: 1003 tra Rodellar (commento: belle ‘e fichette ‘n costume che se fanno er bagno ar fiume), Margalef, Oliana, Siurana, e più di recente, Albarracin (commento generale: le spagnole so un po zozze ma so belle porche; stanno sempre sconvorte perchè se fanno ‘na cifra de canne).

Il Cafone in quei viaggi ne trombò di tutti i tipi: contadine, cameriere, cittadine, contesse, baronesse, marchesane, principesse, di ogni forma, di ogni età, bionde, brune, grassotte, magrotte, grandi e piccine, vecchie e giovani principianti (le sue preferite…), ricche, brutte, belle, purché portino  la gonnella!

Sembra singolare, ma i numeri e le descrizioni delle sue conquiste coincidono quasi alla lettera con quelle di Don Giovanni, il dissoluto punito.

Il suo inserviente e compagno di ventura, Leporello, nella famosa Aria del Catalogo, ne parla ad una di esse, Donna Elvira, sedotta e abbandonata da Bradipo-Don Giovanni a Siviglia,  per consolarla ma anche per metterla in guardia dall’innamorarsi di un simile mostro fellone, nido d’inganni.

Di seguito i versi pronunciati da Leporello, scritti dal grande Lorenzo Da Ponte e messi mirabilmente in musica dal solito divino Mozart, che costituiscono il secondo capitolo della rubrica La Musique du Cafon.

 Madamina, il catalogo è questo
delle belle che amò il Cafon mio,
un catalogo egli  è che ho fatt’io,
osservate, leggete con me. 

In Italia seicento e quaranta,
in Lamagna duecento e trent’una,
cento in Francia, in Turchia novant’una,
ma in Ispagna son già mille e tre.

V’han fra queste contadine,
cameriere e cittadine,
v’han contesse, baronesse,
marchesane, principesse,
e v’han donne d’ogni grado,
d’ogni forma, d’ogni età.

Nella bionda egli ha l’usanza
di lodar la gentilezza,
nella bruna la costanza,
nella bianca la dolcezza.
Vuol d’inverno la grassotta,
vuol d’estate la magrotta;
è la grande maestosa,
la piccina  è ognor vezzosa…
Delle vecchie fa conquista,
pel piacer di porle in lista;
ma passion predominante
è la giovin principiante.

Non si picca se sia ricca,
se sia brutta, se sia bella:
purché porti la gonnella,
il Cafone se le fa.

Il redattore invita i gentili lettori e ascoltatori, anche coloro che non apprezzano il genere, a porre attento orecchio a questa vetta assoluta della musica di tutti i tempi. Lo snocciolarsi della lista, con una valanga di note che precipita come le valanga di femmine sedotte dal Cafone, la vivida descrizione dei caratteri, la costante, la gentile, la dolce, la maestosa, la piccina, e lo scarto di clima che accompagna, con sinistra musica, il riferimento all’odioso vizio del Cafone di sedurre e abbandonare le verginelle, fanno di quest’aria un irripetibile e forse irripetuto esempio di espressività musicale. Per dirla ancora con Goethe “Quest’opera è unica nel suo genere e la morte di Mozart ha distrutto ogni speranza di poter vedere mai più qualcosa di simile.”

Alla fine dell’indagine, il redattore può quindi trarre la conclusione che il Cafone, oltre ad essere affetto da sindrome maniaco-depressiva, soffre anche di schizofrenia: oggi è Werther e soffre per amore di una donna, domani è Don Giovanni e ne seduce 2.065 in giro per il mondo.

Ma soprattutto quest’oggi il redattore deve chiedere scusa a Marco Bradipo, per due motivi.
Il primo, per aver sottratto a sua insaputa informazioni intime e per averle rese pubbliche senza il suo consenso.
Il secondo, per aver sospettato delle sue scarse capacità di seduttore e sciupafemmine, fatto che con tutta evidenza, risulta palesemente falso.

Pertanto, con la limpidezza e la probità che lo contraddistingue, e volendo restituire al Cafone quel che è del Cafone, il Nuovo Redattore ha chiesto al solito Edegardo er monnezzaro di rappresentare la di lui costernazione per quanto accaduto e porgere a Marco Bradipo, le sue più sentite scuse.

A Cafò, sto Novo Redattore nun aveva capito ‘n cazzo. T’ha dovuto ‘nculà er diario pe capicce quarche cosa. Te prego, o devi scusa’. Anzi….m’ha chiesto pure si je poi da l’agendina coi numeri de telefono, che se ne vò tromba quarcuna pure lui. Che je devo dì? Famme sape’……

Il Cafone e il divino Mozart

Dal giorno in cui il redattore ha lanciato il primo post su questo blog, ha atteso con ansia e trepidazione un seppur minimo cenno di riscontro da parte di Marco Bradipo, detto il Cafone. Il redattore visitava sovente e con avidità il diario Facebook del Cafone, sperando di trovare riferimenti ai suoi scritti. Ma ogni login si trasformava in una cocente e tormentosa delusione. Furono giorni pieni di angosciosa tristezza e le tribolazioni del mestiere di vivere pesavano come enormi macigni sul sensibile animo del redattore che rischiava di soccombere, ormai spossato e prossimo alla depressione. Un senso di solitudine cosmica lo invadeva, lui, inascoltato censore, solerte declamatore verso distratto uditore, teatrante senza pubblico, menestrello senza corte, solingo cantore dell’inutile.

Fin quando finalmente, in data 4 marzo 2015 il Cafone esternò e dunque esultanza e giubilo furono i sentimenti del redattore, che con ecumenico afflato li condivide ora gioiosamente con i suoi affezionati lettori.

L’agognato riscontro del Cafone è venuto sotto forma di commento alla sollecitazione venuta da un utente Facebook, certo Rob Buzz Uzzi, che lo aveva taggato nel condividere il post di uno dei precedenti scritti del redattore. Per questo motivo il redattore rende benemerenza e sincera gratitudine allo stesso Rob Buzz Uzzi per l’emerita opera di diffusione degli suoi modesti scritti.

Ecco il post e i successivi commenti del Cafone:

Il post di Robb Buzz Uzzi che ha sollecitato le risposte del Cafone

Il post di Robb Buzz Uzzi che ha sollecitato le risposte del Cafone

Come si può evincere, detto Rob Buzz Uzzi nella sua chiamata in causa ventila l’ipotesi che dietro la polemica con il Cafone si nasconda in realtà una questione di donne. Il redattore vuole senza tentennamenti sgombrare il campo da tale possibilità: una donna che potesse incontrare il gradimento del redattore giammai potrebbe generare interesse nel Cafone e viceversa. Parimenti, una donna che nutrisse interesse per il Cafone, fisico apollineo, sguardo arcigno e strafottente, mai potrebbe nemmeno solo posare il suo occhio sulla figura del redattore, fisico da topo di biblioteca, sguardo timido e ritroso.

Bradipo ci informa di aver avuto una donna nella città di Verona e di averla poi volontariamente abbandonata perché gli chiedeva di montare i 6a nella falesia di Lumignano. Era quindi anch’ella una pippa e come noto il cafone non può sopportare di intrattenere rapporti di nessun tipo, tanto meno amorosi, con una femmina che non si tiene. Nella logica primordiale e arretrata del cafone tra una donna pippa e le pippe, la scelta ricade sulle seconde. Evidentemente dopo il trauma sentimentale con Bernadette alle scuole elementari, non si e’ ancora ripreso.

Spiace rimarcare quanto ancora una volta il cafone si inganni. Anche il suo così limitato bagaglio esperienziale, dovrebbe avergli insegnato che le coppie dove entrambi i suoi membri si tengono nascono con un vulnus di base, un virus dormiente, un herpes simplex annidato nelle cellule, inalienabile e ineliminabile che la porterà a continue, lunghe, snervanti ed inutili discussioni e infine al fallimento del rapporto. Le dinamiche di coppia e le naturali frizioni che esse generano si scaricano in questa fattispecie nelle giornate di arrampicata: se lei cade sul tentativo, è colpa di lui che non ha fatto sicura bene; se lei non tiene la tacca è colpa di lui che non l’ha pulita dopo averle montato la via; se lei non blocca sul passaggio, è sempre colpa di lui che le ha consigliato una 7c morfologico.

Cafone, fidati: le migliori sono quelle che fanno il 6a a stento e che vedono in te, che sei forte e ti tieni, un feticcio da adulare, un superuomo sprezzante del pericolo, un’instancabile fucker con le mani nodose e sporche di magnesite, un toro da monta senza cervello, un Hans Dülfer da fessura bagnata, un Ragno da lecco, da usare nei momenti di intimità per soddisfare le loro più recondite e celate voglie. Tutto questo, per quanto stupido e cafone tu possa essere. Anzi proprio in virtù di ciò.

Nonostante la decisione sia sempre quella di star lontano dalle femmine, il redattore e i suoi lettori sanno che l’animo del burbero Cafone non riesce comunque a sottrarsi all’attrazione del gentil sesso. E sanno altresì che quando il Cafone ne trova una che gli fa le moine, sente il sangue in ogni vena che ribolle e fa blo blo, proprio come succede a Don Cassandro, scapolone, ricchissimo ma avaro, nell’opera buffa di Carlo Goldoni La Finta Semplice, musicata nel 1768 dal divino Mozart, all’età di soli dodici anni:

Ella vuole ed io vorrei
convenire non si puo.
Quando son vicino a lei
vale a dir: solus cum sola,
a un’occhiata a una parola
mi riscaldo, mi fo rosso:
mi par ch’abbia il foco addosso
sento il sangue in ogni vena,
che ribolle e fa blo, blo.

Giuliano Zuliani, illustrazione della Finta semplice (I.1), in Carlo Goldoni, Opere teatrali, Venezia

Giuliano Zuliani, illustrazione della Finta semplice (I.1), in Carlo Goldoni, Opere teatrali, Venezia

Ma poi il Cafone, si mette al pangullich, fa qualche serie di trazioni con il carico e, recuperando lucidità, gli si raffreddano i bollori:

Ma l’amor finisce qui
col sei a e coll’anello*.
Ed il sangue già bel bello
si rapprese, si gelò.

[qui il poeta si riferisce ovviamente all’anello della catena del 6a che il Cafone ha appena montato alla signorina]

A quel punto la povera lei è spacciata e il Cafone, pur soffrendone, la abbandona, senza possibilità di appello.

E son come un can barbone
tra la carne ed il bastone:
vorrei stender lo zampino
e al baston piu’ m’avvicino,
e abbaiando, mugolando
prendo il porco e me ne vo’

Ritenendo di far cosa gradita ai lettori e, in questo caso, agli eventuali ascoltatori, il redattore propone una bella incisione dell’aria in questione, inaugurando la rubrica La Musique du Cafon.

Il divino Mozart ci fa percepire qui, con evidente onomatopea, il ribollire del sangue del Cafone, la sua voglia di approfittare di questa femmina e il successivo rammarico per la decisione presa di rinunciarvi, in nome del grado. No, il 6a proprio non si può, prendo il porco e me ne vo’.

Wolfgang Amadeus Mozart, indossa per burla gli occhiali del Cafone

Wolfgang Amadeus Mozart, indossa per burla gli occhiali del Cafone

Il Cafone, nel prosieguo delle sue esternazioni, come consuetudine trascende:

Comunque in finale mio nuovo direttore machitesenkula. Ora avrai i tuoi 15 minuti di celebrità.

Anche in questo caso marco Bradipo fa dichiarazioni fallaci: il nuovo redattore sta dando celebrità a lui e non a se stesso. I suoi post, inutili ed insulsi, hanno trovato nell’invettiva del redattore una loro ragion d’essere, plausibilmente l’unica.

Egli ha addirittura inteso inserire i link ai suoi vaniloqui all’interno dei suoi scritti a dimostrazione che egli desidera dare massima udienza e diffusione ad essi allo scopo di generare l’indignazione generale: Oportet ut scandala eveniant,  (Matteo, XVIII, 7). É opportuno diffonderli, affinché tali scandali siano conosciuti da tutti. Ma il Cafone non é in grado di apprezzare nemmeno i doni e le elargizioni liberali dei suoi detrattori. Perle ai porci.

Più oltre il Cafone conclude con un consiglio al redattore:

Farebbe meglio ad usare quel tempo al trave o al pangulli che lo vedo parecchio basso di massimale.

Anche in questo passaggio, troviamo conferme del grave stato di prostrazione psicologica che la sindrome maniaco-depressiva, già altrove stigmatizzata, ingenera nel Cafone.

Egli ha come unico Dio il massimale, e come unici strumenti della sua liturgia il trave e il pangullich.

Ce lo figuriamo davanti ai suoi oggetti devozionali, calibrando al secondo i recuperi con il cronometro (ne sentiamo l’assordante bip bip), mentre inanella serie su serie di esercizi piramidali. Su e giù. Mano sinistra mano destra. Tacca uno, tacca tre, tacca cinque, tacca due, tacca uno,  cambio mano, tacca uno, etc. Un minuto e trenta di recupero. Altra serie. Una interminabile sequenza combinatoria n-fattoriale di diverse microvariazioni dello stesso, stupido, noioso, alienante e nerboruto gesto, accompagnata da una monotona e altrettanto alienante selezione di musica techno, appositamente predisposta dal gestore della palestra per eliminare ogni barlume di sentimento, grave minaccia per la psicotica e paranoica routine del fedele trazionista. Annullamento del pensiero critico, riduzione di se stessi ad un funzionale ma banale coacervo di muscoli-ossa-tendini, eliminazione del discernimento e del libero arbitrio, nichilismo del pensiero e della volontà, sospensione dell’esistenza in quanto autocoscienza. In sostanza un totale annullamento dell’Essere in senso ontologico. Il tutto per un unico scopo: aumentare il massimale.

Per concludere, il redattore indirizza, anche questa volta a scopo didattico e costruttivo un’esortazione.

Cafone, non fare come Don Cassandro: a questo mondo non esistono solo le trazioni e il massimale. Ci sono anche le femminucce, carine, simpatiche e che fanno il 6a. Non trattarle male, sii cavaliere, non fare il cafone come tuo solito ma soprattutto, ogni tanto, trombatene una.

Il Cafone e le sue false parole: Assalto Frontale

Tra tutte le esternazioni in rete del Cafone, la più seccante e fastidiosa, a modesto parere del redattore, si riferisce alla sua tick list.

È noto essere usanza consolidata  della maggioranza dei climber e degli alpinisti tenere memoria scritta delle proprie realizzazioni. Tale usanza è antica come la nobile arte dell’andar per monti ed è possibile reperire libri delle vie in tutti i rifugi delle Alpi o in contenitori metallici annessi a crocifissi o altri simili manufatti installati sulla cima delle montagne, questi ultimi detti per l’appunto libri di vetta.

Questi diari, pieni di notizie, apprezzamenti, commenti, dichiarazioni d’amore, entusiastiche asserzioni, romantici afflati nei confronti di Madre Natura, note meteorologiche e relazioni tecniche su sentieri e vie di salita, hanno costituito per decenni una preziosa fonte di informazioni riguardo a vie nuove, ripetizioni, varianti, chiodature,  cordate ed accadimenti di ogni tipo che hanno avuto luogo sulle asperità orografiche di tutto il modo. È stato questo, prima dell’avvento della rete, il modo in cui gli alpinisti lasciavano ai posteri memoria delle loro ardite imprese.

Con la nascita dell’arrampicata sportiva, i climber hanno cominciato a registrare su quadernini di vario tipo la lista delle vie fatte nelle loro giornate in falesia. Chi non ha avuto il proprio taccuino scagli la prima pietra!

Benché alcuni climber non abbiano mai rinunciato al loro taccuino personale, con l’affermazione del computer e della rete questa usanza è stata trasferita su database di vario formato e poi sulle cosiddette thick list.

Si tratta di siti web che permettono la registrazione delle vie fatte, con la possibilità di inserire la propria valutazione della difficoltà, la modalità in cui è stata effettuata la salita (on sight, flash, redpoint) e di commentare a piacimento la via in questione. In questi commenti, spesso si ringrazia l’assicuratore, oppure colui che ha spiegato, rivelato o dettato da sotto i movimenti della via, si esprime soddisfazione per la realizzazione (my first 6b, ha marcato  Filiberto dopo la sua realizzazione a Caprile), si dice se fosse umido o meno (se s’accollava direbbe il Cafone), se il grado sia hard oppure soft, se si era bevuto la sera prima (heavily drunk the night before), se la via sia di tacche (crimpy) o di resistenza (endurance), se la via sia scavata o meno (chipped), se vi siano lanci (jumpdyno riduzione di dynamic move), grosse prese (ronchie, zanche, jugs), agganci di piede (foot hook) incastri di ginocchio (kneebar). Inoltre spesso il climber indica, sovente diminuendoli, il numero di tentativi per dare la misura della sua prestazione (second go, third go, etc).

Esistono diverse thick list: alcune a livello globale, altre a livello nazionale altre ancora con respiro esclusivamente locale. La più nota e quella del sito 8a.nu, con qualche decina di migliaia di utenti. Nel Regno Unito si usa principalmente UKC Logbook, mentre in Italia i climber informano la comunità sui propri risultati su Climbook.

Il principio ispiratore, si direbbe lo Spirito Guida, della thick list deve sempre essere l’onestà: il non dire bugie, l’esprimere giudici personali non affetti da condizionamenti, devono costituire i precetti base da seguire per offrire agli altri utilizzatori informazioni corrette e, soprattutto, consegnare all’uditorio la propria immagine di climber corretto, ispirato ad una retta e intransigente moralità alpina.

Purtroppo, visualizzando la thick list del Cafone su 8a.nu salta subito all’occhio la totale mancanza di una seppur minima parvenza di moralità, per l’appunto di uno Spirito Guida. Informazioni scritte a vanvera, solo per il gusto di spiattellare giudizi con ridanciana e spocchiosa superficialità su vie difficili che farebbero il curriculum di qualunque arrampicatore, ma che lui liquida con poche laconiche, stupide e presuntuose note in inglese sgrammaticato.

Ma più di questo, conta il fatto che, con tutta evidenza, le informazioni da lui fornite sono palesemente false. Si, il Cafone, oltre a dire le parolacce, apostrofare come pippe quelli che non fanno il suo grado, scrivere in una lingua a metà tra il dialetto e l’italiano e fare finta di saperne di cosmologia, dice anche le bugie. In gergo: è un banfone. Un Cafone banfone.

Per comodità del lettore riporto un estratto della thick list del Cafone su 8a.nu, riferita al grado 8a+.

La thick list del Cafone sul grado 8a+

La thick list del Cafone sul grado 8a+

Il redattore, di solito riluttante a rendere pubbliche le proprie faccende e realizzazioni personali, in un suo non più recente passato, ha percorso e liberato proprio alcuni degli itinerari qui menzionati. Altri, su questo e su altri gradi, sono stati dal redattore tentati, ma la sorte, la dedizione e soprattutto la forza non lo hanno assistito nel superamento di queste elevate difficoltà.

Tanto basta tuttavia al redattore per sottoporre a puntuale verifica le affermazioni di Marco Bradipo.

Analizziamo una delle più evidenti incongruenze: parliamo di Assalto Frontale.

Assalto frontale small

L’attacco della via Assalto Frontale a Grotti Alta

Questa via è tra le più conosciute e ripetute di Grotti Alta, un riferimento per il grado 8a+. Aperta da Massimo Gambineri, forte arrampicatore e stimato chiodatore, a metà degli anni ’90, percorre la parte sinistra della grotta di questo settore per poi proseguire sulla placca strapiombante sovrastante.

La peculiarità di questa via è che la presa del passaggio chiave è costituita da una pietra incollata con la resina. Si racconta che l’apritore abbia prelevato una sasso da Ceuse (Francia, regione Provence-Alpe-Côte d’Azur, dipartimento Hautes-Alpes) e lo abbia portato a Grotti proprio allo scopo di incollarlo su questa via. Suggestiva ed ispirata soluzione, a modo di vedere del redattore, che nobilita la non sempre ortodossa e condivisibile scelta di scavare o incollare prese su una via: una citazione litologica, un prezioso inserto calcareo, un rifermento transnazionale al tempio del free climbing mondiale, una santa reliquia da onorare e venerare, ma soprattutto da stringere.

La leggenda racconta che, dopo l’apertura della via, questa Sacra Tacca, una volta all’anno, nel corso di un rito esoterico che si svolgeva nella notte del solstizio di primavera, tra pochi e fedeli accoliti che aspergevano vapori di magnesite da fumanti incensieri crisoelefantini e invocavano l’intervento delle energie telluriche, si illuminasse di luce propria e si ingrandisse fino a diventare una immensa zanca. Ma si trattava di un’illusione ottica di origine soprannaturale: rimessa la mano sulla tacca, essa rimenava piccola e dura da tenere.

Il redattore usa il tempo passato perché purtroppo, come molte reliquie di valore, la Sacra Tacca e’ stata trafugata, probabilmente dopo essersi staccata, e se ne sono perse le tracce. Sembrerebbe aver preso la via dell’oriente, pagata a peso d’oro a mercanti senza scrupoli dai seguaci della setta di Yuji Hyrayama. Almeno così afferma l’agente Picchi del commissariato di Rieti, delegato per la frazione di Casette e incaricato dell’inchiesta. Ora la denuncia contro ignoti è stata archiviata ed il reato prescritto.

Ma il redattore è certo che i colpevoli di questo efferato delitto subiranno la punizione Divina e sconteranno la loro pena per l’eternità nella terza bolgia dell’ottavo cerchio dell’inferno, insieme a Bonifacio VIII e agli altri peccatori che hanno fatto mercimonio di oggetti sacri, i simoniaci. Costoro giacciono nell’aldilà capovolti in buche dalle quali fuoriescono solo con i piedi e lambiti da fiamme: essi sono così fitti nelle borse che in vita vollero riempire di denaro, capovolgendo i loro sacri doveri in favore di beni meramente terreni e non divini.

Gustave Doré, La bolgia dei simoniaci

Gustave Doré, La bolgia dei simoniaci, Dante, Inferno, Canto XIX

Inutile dire che, dopo la perdita della tacca, la via è diventata impercorribile. In quel tratto di parete non ci sono altre prese e chi frequenta questa storica falesia lo sa bene. Così, la comunità si è incaricata di riattaccare il sasso, una copia abbastanza fedele all’originale, ma priva di quell’aura di sacralità che faceva di questa via un vero percorso iniziatico al grado otto.

Il redattore ha salito e liberato questa via diversi anni or sono. Erano giorni di impegno sportivo e di libertà spirituale: il redattore andava anche tre volte alla settimana a Grotti con Filiberto, che, dopo aver fatto Gladio e Gladiatori (El Grinta non era e non è ancora alla sua portata) faceva volentieri lunghi turni di sicura. Questa è vera amicizia e il redattore non dimenticherà mai la dedizione e la solidale partecipazione di questo splendido ragazzo.

La via, a partire dal passaggio duro, può essere così riassunta.
Si tiene un piccolo biditino di destra e si prende la Sacra Tacca di sinistra; si va poi a un intermedio con la mano destra, si alzano i piedi e si lancia a un buco buono (il Cafone, il redattore ne è persuaso, andava statico). Per quanto buono, dovendo lanciare, il climber si vede sempre costretto ad aggiustamenti su questo buco, tenendo a lungo la chiusa del braccio sinistro: quegli istanti in più sul bloccaggio cambiano di solito gli esiti del tentativo.
Poi ci sono un paio di passaggi duri su dei piccoli biditi, l’ultimo dei quali, rovescio, permette di uscire sulla lunga placca.
Ma non è finita. Dopo un riposo decente (molti, incluso il redattore, barano e vanno a riposare a sinistra, un poco fuori via), c’è l’ultima sequenza: piedi quasi inesistenti e aleatori, pinzatine, prese di pollice, spallate, tutto qualche metro di troppo sopra l’ultima protezione. È qui che si fanno e si vedono dei lunghi, spettacolari, spensierati e adrenalinici botti.

Fin qui l’analisi. Ma vediamo cosa ci dice il Cafone che sostiene su 8a.nu di avere fatto questa via. Leggiamo il suo commento:

Too bad the glued stone at start was broken by somebody! But I found a new methode which is easier I think. So the grade maybe 8a. Getting slowly in shape and good feelings overall. Nice view from the anchor

Il redattore tenta di seguito una interpretazione di questo sproloquio, sia per quelli che non conoscono l’inglese, sia, soprattutto, per quelli che lo conoscono.

Troppo brutto il sasso incollato all’inizio è stato rotto da qualcuno! Ma io ho trovato un nuovo metodo che è più facile io penso. Quindi il grado potrebbe essere 8a. Sto entrando lentamente in forma e con buone sensazioni [dopotutto?] {overall?}. Bella vista dalla catena.

Disturba, oltre all’inglese sgrammaticato (una per tutte: methode invece di method) la strafottenza gratuita, la presunzione del so tutto io, la stupida ironia della bella vista dalla catena, il sottinteso sberleffo verso coloro che hanno sofferto su questo tiro e perso, tentativo dopo tentativo,  strati su strati di preziosa epidermide.

Caro Cafone, chi ha fatto Assalto Frontale sa che dichiari il falso e dici le bugie. Questa via senza la Sacra Tacca (o una sua succedanea) non si può fare.

Sconterai la tua pena per l’eternità tra i falsari di parole, nella decima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno e saranno tuoi compagni di sventura Sinone, il greco che imbrogliò i Troiani per far loro accettare in dono il Cavallo di Troia, e la Moglie di Putifarre, che accusò di violenza con false parole l’incolpevole schiavo Giuseppe (Genesi, 39, 6-20).

Guercino, La Moglie di Putifarre, dal racconto biblico Genesi, 39, 6-20

Guercino, La Moglie di Putifarre, dal racconto biblico (Genesi, 39, 6-20)

Siamo alle solite! Ancora una volta ci vediamo costretti a sanzionare gravemente i comportamenti di Marco Bradipo, detto il Cafone, che si pone deliberatamente al di fuori delle regole della convivenza civile e dell’umano consesso.

Il redattore, indignato per la bassa moralità del Cafone, lo esorta a non dire più le bugie, lasciando volentieri la chiosa a Edegardo er monnezzaro per un messaggio più consono al suo livello culturale:

A cafo’, nu le devi di le cazzate: senza quaa cazzo de tacchetta sta via nu la fa manco Ondra. E nnamo no!!

Il Cafone e la Cosmologia

Grande è stata la sorpresa del redattore quando, visualizzando le esternazioni di Marco Bradipo su Facebook, ha trovato il seguente post:

Il post del cafone

Il post del cafone

Ebbene si: il Cafone si interessa di astrofisica e di cosmologia e, cortesemente, cari lettori, astenetevi da ironici risolini!

Il redattore si è chiesto come un personaggio così greve e abbietto possa coltivare interessi così particolari e specifici, che riguardano nientemeno che l’origine dell’universo che, ahi noi, ospita anche il Cafone stesso.

La prima risposta  che il redattore ha saputo darsi è che il Cafone voglia in questo modo depistare l’uditorio, volendo far credere che egli si dedica ad argomenti difficoltosi ed oscuri e che la sua immagine di cafone ignorante sia in effetti un suo vezzoso e manierato atteggiamento piuttosto che una drammatica e angosciosa realtà.

Peccato che la scelta dell’articolo ed il suo commento non solo non depistino, ma rafforzino la sua immagine di becero Cafone: troppo elevata la scelta, troppo complessa la materia, troppo complicate le congetture degli autori dello studio, troppo al di fuori delle conoscenze anche di lettori con preparazione tecnica superiore. Il tutto scritto per giunta in lingua inglese. Gli uomini di marketing direbbero fuori target.

Alla lettura del post, la mente del redattore è subito volata ad uno dei più sofisticati e sopraffini umoristi italiani del secolo passato: Achille Campanile. Costui, scrittore, giornalista, sceneggiatore e soggettista, in un suo conosciutissimo scritto cercava di mettere il relazione due cose apparentemente del tutto de-correlate: gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

In quella breve discettazione, composta nel 1974, dopo qualche tentativo speculativo, Campanile riusciva ad abbozzare un seppur labile rapporto tra queste due entità lontane anni luce l’una dall’altra.

Achille Campanile

Achille Campanile

Citiamo:

“Mi accorgo che casualmente m’è venuta sotto la penna un’analogia del tutto accidentale fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima: m’è capitato, cioè, di dire che, se l’anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto, resta la parte migliore di noi. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo; ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi resta la peggiore, il gambo.”

Tuttavia, proseguendo nell’analisi, lo stesso Campanile riconoscerà il fallimento della sua ricerca:

“Ma, ripeto, è un contatto puramente formale ed esteriore, in quanto c’è una bella differenza fra l’anima e un gambo d’asparago! Non solo, ma questa analogia del tutto formale non è nemmeno esclusiva degli asparagi, poiché anche i carciofi si trovano nella stessa situazione, quanto a percentuale di scarto.
Per concludere e terminarla con un’indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima.”

Il redattore tenterà, con modestia e rispetto verso il grande Campanile, di applicare al nostro caso lo stesso esercizio, cercando di scorgere una qualche connessione tra il Cafone e la Cosmologia.

Nell’articolo postato dal Cafone in questione si parla nientedimeno che del Big Bang e della teoria inflazionaria ad esso associata.

Il redattore, assolutamente a digiuno di queste materie ha chiesto ad AntonGiulio, arrampicatore (il Cafone direbbe una pippa galattica, con aggettivo in questo caso molto appropriato) amico di scalata di PierGiovanni e Filiberto, laureato in fisica, dottore ricercatore all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, di stilare per i lettori di questo blog una breve delucidazione, di tenore divulgativo, sul questo astruso ed impenetrabile argomento.

Inflation

Big Bang e inflazione cosmica nello spazio-tempo

La teoria del Big Bang è da diversi decenni la più accreditata teoria cosmologica che spieghi la nascita dell’universo. Con il termine Big Bang i cosmologi si riferiscono generalmente all’idea che l’universo iniziò ad espandersi a partire da una condizione iniziale estremamente calda e densa e che questo processo di espansione sia durato per un intervallo di tempo finito che continua tuttora.

Alcuni aspetti di questa teoria hanno trovato solide conferme sperimentali: Edwin Hubble nel 1929 scoprì che la velocità di espansione dell’universo cresceva con la distanza da un determinato punto, proporzionalmente al cosiddetto spostamento verso il rosso dello spettro emesso, stabilendo così che, ripercorrendo il tempo a ritroso, debba essere esistito un punto (una singolarità) ad alta densità e temperatura dal quale l’universo abbia poi cominciato la sua espansione.

Altri importanti aspetti di questa teoria tuttavia sfuggono ancora oggi ad una spiegazione e generano dei paradossi al momento irrisolvibili, che stimolano la fantasia e l’inventiva della comunità degli astrofisici. Gli strumenti teorici oggi conosciuti entrano in stallo nel tentativo di modellare gli accadimenti che ebbero luogo in quegli infinitesimi istanti che hanno seguito l’accensione della miccia dell’Universo.

I ricercatori negli ultimi venti o trent’anni hanno così proposto decine di teorie naufragate poi in un nulla di fatto. La scienza, si sa, progredisce anche per eliminazione di teorie sbagliate e quindi la verifica di un errore teorico è sempre e comunque un passo in avanti.

In particolare l’articolo postato dal Cafone si riferisce all’evento che avrebbe generato la cosiddetta fase inflattiva: un istante in cui le dimensioni di quel nucleo iniziale si sono moltiplicate esponenzialmente. Questo evento, accaduto, si stima, 10-37 secondi (un numero decimale con 37 zeri dopo la virgola) dopo l’istante iniziale,  è appunto chiamato inflazione cosmica. Da quel momento l’universo ha continuato ad espandersi fino a divenire quello che vediamo oggi, più di 13 miliardi di anni dopo quei misteriosi eventi.

Ma c’è un’altro problema legato alla teoria inflattiva sulla quale gli studiosi non hanno ancora saputo dare una risposta convincente. Come dice il Cafone: c’è ancora tanto da scoprire.

L’attuale forma della teoria inflattiva, sembrerebbe non giustificare l’esistenza di tutta la massa che è possibile osservare dagli effetti gravitazionali. È noto a tutti che la massa genera gravità: grazie ad essa possiamo camminare sulla terra, mentre sulla luna, che è più piccola e ha una gravità più bassa, invece di camminare rimbalziamo.

Gli studiosi hanno verificato che se misuriamo tutta la gravità dell’universo dobbiamo ipotizzare l’esistenza di una massa molto maggiore di quella che effettivamente si vede. Circa l’86% della massa totale dell’universo, benché siamo certi che esista, non si può vedere in quanto non emette energia. Per questo gli astrofisici la chiamano materia oscura  o anche, meno propriamente, massa mancante.

Ma ecco che, ascoltando le affascinanti spiegazioni di AntonGiulio, “mi accorgo che casualmente m’è venuta sotto la penna un’analogia del tutto accidentale fra il Cafone e la Cosmologia.”

Eccola: la materia grigia di Marco Bradipo, il suo cervello, diversamente dalla materia oscura dell’universo, si vede, o meglio si vede il cranio che la contiene; d’altra parte, sappiamo per certo che non esiste, in quanto non se ne possono vedere i prodotti sotto forma di pensieri e idee di senso compiuto. E’ vero, si tratta di un’analogia formale e per negazione, ma pur sempre di un’analogia.

L'acceleratore di particelle del Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire (CERN) a Ginevra

L’acceleratore di particelle del Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire (CERN) a Ginevra

Il redattore sottopone questo ragionamento alla verifica di AntonGiulio, il quale, perplesso, propone di realizzare una campagna di esperimenti nell’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra, utilizzando la materia grigia del Cafone. Il redattore ribatte che si tratta di cosa in tutta evidenza impossibile: AntonGiulio non lo sa, ma Marco Bradipo non esiste!

Il redattore pertanto, deluso e depresso, proclama come fallito il suo tentativo di correlazione e dichiara amareggiato:

Per concludere e terminarla con un’indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra il Cafone e la Cosmologia.

Il Cafone e il metodo induttivo

Il redattore è estremamente onorato di ricevere dal suo vecchio conoscente e amico Friedrich il testo qui riportato.

Friedrich, filologo e filosofo, benché molto anziano e affetto da grave infermità, segue, nei pochi momenti di lucidità, questo blog dal suo ritiro di Weimar, in Sassonia, e, dopo aver letto le note del redattore su Marco Bradipo, detto il Cafone, ha ripreso un suo vecchio scritto, originariamente intitolato Della Plebaglia (Vom gesindel), lo ha adattato a questo personaggio e lo ha inviato al redattore con preghiera di pubblicarlo.

Friedrich Wilhelm, vecchio conoscente del redattore

Friedrich, vecchio conoscente del redattore

La versione originale è stata pubblicata molti anni fa (circa 130) e faceva parte di un’opera più ampia nella quale si riportavano i discorsi di un singolare viandante, certo Zarathustra, che, come il Cafone, andava alla ricerca di se stesso, ma, a differenza del Cafone, lo ritrovava.

Egli professava il superamento dell’uomo per andare oltre la sua condizione: un uomo senza pregiudizi e capace di generare nuovi valori, un uomo-oltre, o meglio, come diceva egli stesso nella sua lingua, uno Über-Mensch.

Il suo pensiero, spesso mal interpretato e cagione di indicibili sventure, ritrova oggi attualità nel nostro mondo infestato di onorevoli soubrette, di grandi fratelli dalle piccole menti, di isole di famosi sconosciuti, di anticipi e posticipi di campionato, di talent show senza alcun talento, di vigili urbani lungi dal vigliare, di lucidissimi opinionisti senza opinioni, di uomini onesti alla conquista di un potere disonesto, di esperti incompetenti di tutto, di oncologi laureati su Facebook, di credenti senza Dio, di miscredenti con il loro nuovi dei, di old aged adepti della new age, di viaggiatori globali affetti da protezionismo doganale, di terroni che dicono zio fa’ e odiano negri e zingari, di perbenisti frequentatori di travestiti, di ambientalisti amanti dello smog, di lavoratori che non lavorano, di capitalisti senza capitali ovvero di padroni con i soldi degli altri, di sindacalisti che sindacano su tutto, di sindaci che costruiscono discariche ma non puliscono le strade, di ministri che amministrano la solita minestra, di moralisti senza morale, di gente buona che impone le sue idee con cattiveria, di gente che odia in nome dell’Amore.

In una parola: un mondo infestato dai CAFONI.

Pertanto, per una volta, usciamo dal provincialismo del climbing nostrano e, applicando il metodo induttivo, andiamo dal particolare al generale, ripercorrendo insieme il sentiero che ci eleva dal Cafone allo Über-Mensch.

Il redattore, con le sue limitate conoscenze della lingua tedesca, ha cercato di rendere al meglio il senso del testo e si scusa con il suo amico Friedrich per eventuali discrepanze tra il testo originale e la sua traduzione.

La fonte

“Gettate i vostri sguardi puri nella fonte del mio piacere, amici!

DEI CAFONI

La vita è una sorgente di piacere; ma le sorgenti ove attingono anche i cafoni divengono avvelenate.

Io amo tutto ciò ch’è nitido; non so tollerare le bocche ghignanti e la sete degli impuri.

Essi hanno gettato lo sguardo in fondo alla sorgente e il loro sorriso ripugnante si rispecchia ora a me dal fondo del pozzo. Hanno avvelenata l’acqua pura con la loro libidine: e da quando hanno chiamato piacere i loro luridi sogni, hanno avvelenato anche le parole.

La fiamma si ritrae indignata quando essi accostano al fuoco il loro viscido cuore; lo stesso spirito gorgoglia e fumiga quando i cafoni si appressano al fuoco.

Dolciastro e appassito diventa il frutto nelle loro mani: malfermo e disseccato diventa l’albero quando essi lo guardano.

E in parecchi s’allontanarono dalla vita per allontanarsi dai cafoni: non volevano spartire con i cafoni le fonti, il frutto e la fiamma.

E parecchi se n’andarono nel deserto e soffersero la sete insieme con le belve, per non sedere intorno alla cisterna coi sudici cammellieri.

E più d’uno che giungeva come sterminatore e come grandine per i campi fruttiferi, voleva soltanto porre il suo piede nella bocca del cafone per soffocarne così la voce.

E non è questo il boccone che mi fu più duro ingoiare, sapere che la virtù ha bisogno di inimicizia, di morte, di tormentose croci… bensì io chiesi a me stesso un giorno, e quasi soffocai per la mia domanda: come? anche la vita ha bisogno dei cafoni?

Son necessarie le fonti avvelenate, i fuochi puzzolenti, i lividi sogni, e i vermi nel pane della vita?

Non l’odio, ma la nausea divorarono la mia vita! Ahimè, fui spesso stanco dello spirito, quando trovai che anche il Cafone aveva spirito!

E voltai le spalle ai dominatori quando vidi cosa chiamano oggi dominare: patteggiare e mercanteggiare il potere con i cafoni!

Dimorai tra popoli di lingua straniera, con orecchie chiuse: affinché mi rimanesse estranea la lingua con cui patteggiavano e mercanteggiavano per il potere.

E turandomi il naso ho attraversato indispettito il passato e il presente: in verità, l’uno e l’altro emanano il cattivo odore dei cafoni che scrivono!

Simile ad uno storpio che sia cieco e sordo e muto così vissi a lungo per non dover vivere con i cafoni che dominano, che scrivono, che godono.

Faticosamente e guardingo il mio spirito salì i gradini; l’elemosina del godimento era il suo ristoro; nell’appoggiarsi al bastone trascorre la vita del cieco.

Che mi accadde poi? In qual modo mi liberai dal disgusto? Come ringiovanii il mio sguardo? Come raggiunsi a volo l’altezza, là dove alla fonte più non siedono i cafoni?

Forse il mio stesso disgusto m’ha creato le ali e le forze presaghe di nuove sorgenti? In verità dovetti volare alla massima altezza per ritrovare la sorgente del piacere!

Oh, l’ho trovata, fratelli! Qui dalla vetta più alta sgorga per me la fonte del piacere! Ed esiste una vita nella quale i cafoni non bevono alla fonte!

Quasi con troppa forza per me tu sgorghi, fonte di piacere! E spesso vuoti la coppa di nuovo, mentre vuoi riempirla!

E ancora devo imparare ad avvicinarmi a te più modestia: con troppo impeto il mio cuore ti corre incontro.

Il mio cuore sul quale arde la mia estate breve, calda, melanconica e più che beata: come anela il mio cuore estivo alla tua frescura!

Scomparsa è la trepida mestizia della mia primavera! Scomparsa la cattiveria dei miei fiocchi di neve nel giugno! Divenni tutto estate e meriggio d’estate!

Un’estate sulla vetta più eccelsa, con fonti silenziose, fresche, beate: oh, venite, amici miei, perché ancor più beato divenga il silenzio!

Giacché questa è la nostra vetta e la nostra patria: inaccessibili siamo noi qui agl’impuri e alla sete loro.

Gettate i vostri sguardi puri nella fonte del mio piacere, amici! Come potrebbe essa per questo intorbidarsi? Essa vi deve sorridere con la sua purezza.

Sull’albero dell’avvenire noi edifichiamo il nostro nido; le aquile porteranno a noi solitari il cibo nel loro becco!

In verità non un cibo che possano mangiare anche gli impuri! Crederebbero di mangiar fuoco e si brucerebbero anche il grugno! In verità noi non abbiamo qui dimore destinate agl’immondi! Una caverna di ghiaccio, sarebbe la nostra felicità per i loro corpi e per i loro spiriti!

E noi vogliamo vivere sopra di loro come venti impetuosi, vicini alle aquile, vicini alla neve, al sole vicino: così vivono i venti impetuosi.

E come il vento soffierò un giorno tra loro e col mio spirito mozzerò il loro respiro: questo vuole il mio avvenire.

In verità un vento impetuoso è Zarathustra per tutte le bassure; e questo è il consiglio che egli dà ai suoi amici e a tutto ciò che vomita e sputa: «badate a non sputar contro vento!».

Così parlò Zarathustra.

 

 

 

Il Cafone e l’improprio uso del vernacolo

Uno dei più evidenti vizi pubblici del Cafone (alias Marco Bradipo) e delle persone a lui simili è l’irrefrenabile necessità di scrivere in dialetto, aspetto sul quale mi soffermerò nella presente nota.

Si, il redattore è un inguaribile ottimista. Infatti non crede già che il Cafone non conosca la lingua italiana, o che non sia capace di esprimersi in qualcosa che assomigli all’idioma del Manzoni o del Sommo Poeta, ma considera che egli semplicemente la utilizzi in modo maldestro, credendo in tal modo di rendersi simpatico all’uditorio.

D’altra parte, il redattore evidenzierà l’incapacità del Cafone di esprimersi nel vernacolo romano e sulla disdicevole prassi sua di combinare termini e usi della lingua italiana insieme a quelli del dialetto, generando un disarmonico, antiestetico e grottesco periodare.

Per poter analizzare con maggior pertinenza tale biasimevole comportamento del Cafone, il redattore ha selezionato per i propri lettori una serie di botta e risposta di cui il medesimo si è reso protagonista nel recente passato.

Si tratta di una serie di commenti ad un post su Facebook, per la verità molto vecchio, fatto da uno scalatore, che, come si può evincere dalla relativa foto, è stato pesantemente colpito da calvizie, e che, su un tratto di roccia molto aggettante, si oppone alla forza di gravità trattenendo gran parte del peso del suo pur esile corpo con un solo dito infilato in un piccolo buco. Gesto atletico di assoluto rilievo, che denota forza smisurata e grandissima, strutture tendinee d’acciaio nonché inusitata tempra e spropositata temerarietà.

Il botta e risposta del Cafone

Il botta e risposta del Cafone

Per una migliore comprensione del dialogo e a beneficio del lettore ignaro, il redattore ha stilato un Glossario, riportato in calce alla presente nota.

Come prima osservazione a latere, il redattore rileva come il Cafone si sia preso la briga, nel mese di febbraio dell’anno 2014, di commentare un post del 29 dicembre 2008. È palese come la sindrome maniaco-depressiva del Cafone stia prendendo il sopravvento sulla sua psiche ormai labile e debilitata. Il Cafone dopo essere tornato dai suoi viaggi per ritrovare se stesso, visita le pagine Facebook di altri arrampicatori, ne guarda i post e le foto con ossessionante e morbosa pervicacia, apponendo commenti e sentenze, di vario tipo, ma invariabilmente volgari, offensivi e supponenti, risalendo persino ad eventi che hanno avuto luogo anni e anni or sono.

Sono qui indiscutibilmente riscontrabili i sintomi di una sindrome di eccitamento psicoaffettivo endogeno, ovvero a genesi autoctona, caratterizzata dall’esaltazione morbosa, pervasiva, protratta ed altrimenti ingiustificata, di sentimenti vitali ed emozioni, nonché delle pulsioni istintive. Un tale stato di relazione patologica si associa nel Cafone ad un senso di autostima ipertrofica, di ottimismo e di facilità nel perseguimento dei propri obiettivi, che sottendono sentimenti di sicurezza e di potenza, spesso ostentati.

Il monodito

Il monodito

Riguardo allo stile, ci limiteremo a commentare alcune sue proposizioni, a campione.

proposizione A

certo che palle co sti monoditi. abbiamo capito
Strugge il verificare lo scempio perpetrato ai danni della lingua. Il Cafone desidera usare il dialetto, nel tentativo, novello Pollok, di dare materialità alla sua pennellata, oppure, novello Bernini, volume e movimento al colpo del suo scalpello. Ma vanifica i suoi sforzi scrivendo abbiamo invece di avemo, oppure del più trasteverino e pittoresco ‘amo.
La stessa frase scritta da un Belli o da un Trilussa, o più semplicemente da Edgardo, qualificato operatore ecologico dell’AMA, detto Edegardo er monnezzaro, suonerebbe:

certo che palle co’ sti monoditi.
‘amo capito

e sarebbe stata una riuscita coppia di versi sciolti, un’endecasillabo e un quinario, in perfetto dialetto romanesco.
Riguardo al contenuto, il Cafone fa intendere che i monoditi gli sono venuti a noia. Probabilmente ne ha usati troppi nel percorrere le sue vie dure in giro per il modo e ora non vuole sentirne più parlare. Oppure non li ha mai sopportati e le vie dure da lui percorse non ne avevano, cosa certamente singolare, ma pur sempre possibile.

Edgardo, operatore dell'AMA, casuale maestro del dialetto romano

Edegardo er monnezzaro, operatore dell’AMA, elegatiae arbiter del dialetto romanesco

proposizione B

beh però per dire il grado prima devi farla
Qui, in modo incoerente e fuor di luogo,  si passa allo pseudo italiano. Suona male. Molo male, caro Cafone!
Si ravvisa inoltre la presuntuosa ostentazione della sua conoscenza delle regole di questo sport. Lui le conosce, gli altri no.

proposizione C

Cioè aspe. Siccome non è stata liberata ce metti la sbarra?
Aspe  [probabilmente Aspè], abbreviazione dialettale di aspetta.
Scritta per bene, in dialetto, avrebbe suonato cosi’:

Cioè aspè. Siccome nun e’ stata liberata, ce metti ‘a sbara?

Trascurare l’elisione consonantica (sbarra invece di sbara) significa, come fanno alcuni attori padani impreparati, snaturare completamente il senso del dialetto della capitale e la sua naturale fluidità per farne così una brutta e ridicola maschera. Suona male. Molo male, caro Cafone!

proposizione D

Ahaaaha ma dandove siete usciti tutti

Il termine dandove (traducibile con da dove) doveva probabilmente essere da ‘ndove, e la frase completa, enunciata da Edegardo er monnezzaro, avrebbe suonato così, con le elisioni, modifiche e integrazioni del caso:

Ahaaaha ma da ‘ndò sete esciti tutti quanti

proposizione E

Poi sittepiace pensare che un posto del cazzo tipo gr88 dove hanno scavato pure l’anima de li mortacci de Comici abbia una via de novea fate pure

Notiamo il sittepiace, riconoscendone per una volta il valore effettuale, alla seconda persona singolare, che tuttavia non si accorda con il fate pure, seconda persona plurale. Notiamo ancora la orribile commistione di italiano e romano. Er Monnezaro avrebbe invece detto:

Poi sivvepiace pensà che ‘n posto der cazzo tipo Grotti, ‘ndove hanno scavato pure l’anima de li mortacci de Comici, c’ha ‘na via de novea, fate pure.

proposizione F

Che provinciali. Nel resto del mondo i ragazzini de 16 fanno il novea al terzo giro e qua stamo a discute de una via che forse è novea ma non se sa bene perché dopo cent anni ancora nessuno l ha liberata. Patetico

Stessi vizi, e nessuna virtù.

Edegardo er monnezzaro direbbe:

Che provinciali. Ne’ resto der monno, li recazzini de sedic’anni fanno er novea ar terzo giro e qua’ stamo a discute de ‘na via che forse è novea ma nun se sa bene perché dopo cent’anni ancora nu’l’ha liberata nessuno. Patetico.

Il redattore potrebbe continuare, ma si ritiene sia sufficiente cosi’.

Il dialogo, come si può rilevare, si dipana attraverso dichiarazioni farneticanti del Cafone e denuncia in modo inequivocabile la di lui colossale, imponente, incommensurabile, sterminata, titanica, irreparabile e definitiva ignoranza.

Basti per ora, per concludere, un’esortazione al Cafone ad una revisione radicale del suo stile espressivo, per la quale il redattore, per farsi meglio meglio comprendere, ha chiesto la traduzione vernacolare allo stesso Edgardo:

‘A Cafone, sivvoi parla’ romano, parla romano, sivvoi parla’ itajano parla itajano. Ma tte prego: nu le mischia’, perche’ sona male e nu se capisce ‘n cazzo!

GLOSSARIO
(utile all’interpretazione del dialogo sopra riportato)

Monodito: buco nella roccia utilizzato come appiglio che consente l’introduzione di un solo dito;

gr88: forma stupidamente goliardica utilizzata dal Cafone per indicare la località Grotti (Frazione di Cittaducale, provincia di Rieti) dove si trova la parete di roccia in parola;

Novea, 9a/9a+: grado di difficoltà di una via di arrampicata; attualmente considerato vicino al limite massimo consentito all’essere umano;

Liberata: una via si dice L. quando è percorsa dall’inizio alla fine senza mai precipitare, facendo passare, laddove previsto, la fune negli appositi ganci; si dice anche che la via è stata fatta in libera;

Ultimo tango a zagarolo: il nome della via di cui si discetta, che, da quanto si evince dalla conversazione, non è stata ancora liberata;

Gnerro: Alberto Gnerro (Cossato, 26 luglio 1969), forte scalatore italiano, che, da quanto si apprende,  avrebbe in passato visitato le rocce di Grotti, esprimendo giudizi in lingua inglese.

Terzo giro: per indicare il livello della prestazione sportiva, oltre al grado della via, si usa indicare anche il numero di volte che e’ stato necessario percorrerla per farla in libera.

Comici: Emilio Comici (Trieste 21 febbraio 1901 – Selva di Valgardena, 19 ottobre 1940), grandissimo alpinista, forse tra i più grandi di tutti i tempi, sestogradista e dolomitista le cui imprese sono rimaste insuperate per molti lustri, sia per la loro audacia che per l’ardimentoso stile con cui sono state effettuate.

ciclope: alias Alessandro Marocchi, noto e forte arrampicatore romano della prima ora, prepotente e spavaldo rodomonte; ha all’attivo numerose vie di grado 8c e 8c+; oggi allenatore di successo.

Il Cafone e il clean climbing

Dopo la realizzazione di una 6b effettuata dal nostro lettore Filiberto a Caprile, il suo amico PierGiovanni, esperto di climbing statunitense, invia al redattore una lettera, che volentieri pubblichiamo.

“Caro Nuovoredattore, ho apprezzato il fatto che lei abbia voluto rendere pubblica sul suo blog la lettera del mio amico Berto. Ora tutti parlano di lui, la sua fidanzata Bernadette lo adora ancor di più ed è veramente felice di aver fatto una 6b.

Approfitto quindi della sua disponibilità per inviarle questa missiva, con l’auspicio che voglia parimenti pubblicarla sul suo blog.

Ho visto il post su Facebook di Marco Bradipo (che lei ha ribattezzato Il Cafone) il quale ci informa di essersi recato nello Utah, a Indian Creek, per scalare la famosissima via di fessura Supercrack of the desert.

Il post del Cafone

Il post del Cafone

Marco Bradipo è fortissimo e io lo vedo sempre allenarsi in palestra con gli altri forti. Non solo è fortissimo ma è anche un climber veramente figo, direi alla moda, e siccome ora va di moda l’arrampicata trad, cioè quella nella quale devi metterti da solo le protezioni, lui ha deciso di andare nel tempio di questa disciplina: gli USA.

Sono forse troppo giovane e nuovo di questo sport, e non sono sicuro di quello che dico, ma credo che tanti anni fa questo modo di arrampicare lo chiamavano clean climbing, perché non si deve lasciare mai nulla in parete e non si deve mai bucare la roccia.

Anch’io nel mio piccolo ho fatto il clean climbing in USA. Durante il master a Boston, nei pochi momenti di libertà, tra una lezione di Monetary Policies e una di System Dynamics andavamo ad arrampicare a Quincy Quarries, un posto nelle immediate vicinanze della città, con delle vie belle e molto simili a quelle di Ciampino. L’arrampicata è sempre in fessura e ci si deve proteggere con i friend e i nut oppure fare top rope con la sosta da attrezzare con le fettucce dall’alto.

Allego la foto di uno dei settori, il K Wall, il più bello. Da solo merita un viaggio. Unico neo, i murales dipinti dai writers con le bombolette, alla base della parete, che non danno esattamente l’idea del clean climbing. Purtoppo non si può avere tutto! 

K Wall, Quincy Quarries, Massachusetts

K Wall, Quincy Quarries, Massachusetts

Quanto a Supercrak l’ho fatta anch’io. Siamo andati nello Utah per un fine settimana lungo io e il mio compagno di master, Aaron Goldberg, e siamo stati ospiti nel resort di lusso di suo papà Isaak, proprio all’ingresso della Monument Valley. Anche se non è bello come quello di Key Caulker in Florida, con i suoi otto ettari di giardini tropicali e impianti sportivi, dove Aaron mi ha invitato la scorsa estate, è comunque un posto tranquillo con una stupenda vista sulla valle ed una roccia che affiora proprio nel centro della piscina!

Il resort di Mr. Isaak Goldberg a Indian Creek

Il resort di Mr. Isaak Goldberg a Indian Creek

Aaron ha all’attivo molte 5.14c / d (8c / 8c+), ma non ha problemi ad andare a scalare con gente come me, che non fa il suo grado. In questo gli USA sono molto diversi da Roma.

E’ stato Aaron a portarmi per la prima volta nella palestra del Massachusetts Institute of Technology e ad insegnarmi le basi dell’arrampicata.

Good job Aaron, thanks for this!

Invece qui a Roma devo andare sempre con quelli che fanno al massimo il mio stesso  grado e montare le vie con il bastone lungo, se voglio provare qualcosa di più difficile.

Supercrak of the desert è una via meravigliosa: una unica fessura di tre tiri,  larghezza quasi costante, arrampicata tecnica e abbastanza difficile per il suo grado (è una 5.10), come tutte le vie di questo genere negli USA. Aaron prima di partire ha pesantemente utilizzato il portafoglio di papà per comprare 20 friend Camalot #3 e #4. Non servivano tutti, così ne ha prestati la metà alle altre cordate, tutte parte della gang multiculturale dei climber dell’MIT.

Aaron sul tratto chiave di Supercrack of the Desert

Aaron sul crux di Supercrack of the Desert

Sono molto dispiaciuto che Marco Bradipo non mi abbia detto che andava anche lui a Indian Creek. Del resto, lui in palestra fa sempre finta di non vederci e dice che siamo delle pippe. Gli avrei fatto conoscere Aaron e magari avrebbe avuto qualcuno che gli poteva fare sicura sulla via.

E poi, vista la squisita gentilezza di Aaron e della famiglia Goldberg, lo avrebbero sicuramente invitato a mangiare e dormire nel resort, anziché farlo bivaccare con il sacco a pelo sotto la neve! Povero Marco Bradipo! Avrà preso freddo?

Può darsi che sia ancora in zona e magari leggerà questa lettera e mi contatterà sul suo blog, caro Nuovoredattore. Lo spero di tutto cuore!!!!

Saluti.

PierGiovanni.”

“Cafone, ho fatto una 6b!”

Il redattore riceve e volentieri pubblica la testimonianza del climber Filiberto (Berto per gli amici).

“Caro Nuovoredattore, Le invio  questa breve nota, con la speranza che Lei la voglia pubblicare sul suo blog.

Ieri sono andato alla falesia di Caprile e ho arrampicato con i miei amici della palestra. C’erano tutti: PierGiovanni, Norberto, AntonGiulio, FrancoMaria, Ruben, Mafalda, Domiziana, Alberta, che di solito la domenica non può venire perché e’ impegnata con il coro, e la mia fidanzata Bernadette.

Abbiamo fatto un sacco di vie, sia facili che difficili. PierGiovanni e’ diventato molto bravo: nei due anni trascorsi a Boston per il master, ha conosciuto tantissimi arrampicatori americani che gli hanno insegnato un sacco di segreti.

Così ieri PierGiovanni ha montato una 6b con il bastone lungo e ci ha spiegato i movimenti. Alla fine ho provato anch’io e così ho potuto per la prima volta fare una 6b. E’ stata per me una grandissima soddisfazione. Finalmente dopo anni di allenamento e di esercizi in palestra si avverava un sogno: scalare una via difficile, esattamente come fanno quelli forti, ed entrare a fare parte dell’elite di questo sport. Ho sempre sofferto il fatto che quelli forti quando mi vedevano arrampicare, mentre mi appendevo sulle vie di 4 o di 5, commentavano a mezza bocca ‘…ma guarda questo che pippa’. Tuttavia, non mi sono mai scoraggiato: i loro commenti per me sono stati uno stimolo ad andare avanti per migliorarmi: ore di allenamento in palestra, trazioni e sospensioni, dolori alle dita per le tante pesanti sessioni al pangullich ora hanno trovato un senso.

Filiberto sulla 6b a Caprile

Filiberto sulla 6b a Caprile

La 6b che ho fatto è bellissima: una parete verticale di almeno 15 metri, con un tratto completamente liscio, senza prese, a parte delle piccole tacchette di 2 o 3 centimetri. I piedi si appoggiano sul niente. In questo tratto bisogna poi mettere lo spit tenendo una di queste tacchette. Lo ammetto: ho avuto paura, un polpaccio mi tremava vistosamente e bastava un piccolo errore che sarei volato. Ovviamente non ne avevo nessuna intenzione. Ma la forza di volontà e la grinta mi hanno aiutato. Ma soprattutto mi hanno aiutato gli amici, specialmente PierGiovanni, che da sotto mi incitava e mi spronava a non mollare. Quando sono arrivato alla catena, ero esausto, completamente svuotato, ma felice. Il panorama dalla vetta era bellissimo e lo sguardo spaziava in tutta la valle, fino a vedere in lontananza l’autostrada.

Quindi un grazie specialissimo a PierGiovanni!

Quanto al grado, PierGiovanni dice che secondo lui in Massachusetts la valuterebbero 5.10.d. Io ho pensato di mettere 6b.5, perché non ho esperienza su questo grado e non voglio sbilanciarmi in giudizi avventati.

Per festeggiare, ieri sera sono andato a cena con Bernadette vicino a casa, alla terrazza dell’Hassler, dove servono un abbondante  e meraviglioso plateau royal. Le ostriche della Bretagna erano molto grandi e buone, come al solito, ma gli altri crudi purtroppo non erano freschissimi. Ma tanto è bastato per una romantica serata a lume di candela con la mia fidanzata. Ora che ho fatto una 6b, spero che Marco Bradipo (ho sentito in giro che ultimamente molti lo chiamano il Cafone) e i suoi amici forti mi accettino nel loro gruppo o almeno, quando mi vedranno in palestra, invece di dire a mezza bocca ‘che pippa’, magari, dopo tanti anni che mi conoscono, mi salutino e mi rispettino un poco di più.

Berto”

Il Cafone e il suo inutile turpiloquio

Nella presente nota il redattore analizzerà la riprovevole propensione del Cafone all’utilizzo del turpiloquio. E’ sufficiente leggere i primi due post del Cafone nel suo blog, per scoprire come già alla terza riga del primo non riesca a trattenersi.

https://marcobradipo.wordpress.com/2015/01/16/eccomi-sono-tornato/

https://marcobradipo.wordpress.com/2015/01/27/il-sopralluogo/

Leggiamo:

Alcuni dicono che il tempo cambi le persone. Che le migliori. Sono passati due anni dalle mie ultime scorribande sul web e sui social media, ma, per me, dopo tutto questo tempo, non è cambiato un cazzo.

Un incipit a dir poco raccapricciante per il quale, nella chiosa della proposizione, potevano essere utilizzate formulazioni alternative. A titolo di esempio e a beneficio del Cafone, il redattore ne cita solo alcune:

….non e’ cambiato niente
….non e’ cambiato nulla
….non ci sono stati cambiamenti
….tutto e’ rimasto invariato
….non ho ravvisato rilevanti variazioni
…etc.

Il Cafone ha scelto la soluzione peggiore, probabilmente la prima che gli e’ venuta in mente, senza pensare, forse perché non ne è capace.

Altrove nel primo e poi nel secondo post, intitolato Il sopralluogo troviamo tre perle di eleganza:

Me n’ero andato da questa Roma un po’ sorniona che mi scriveva in privato ma ‘ndo stai, che fai, prima te fai l’account su 8a.nu, dici che hai fatto questo, hai fatto quello, ma ‘sta cosa ce comincia a puzzà, vieni un giorno con noi, fàcce vede, maddeché stamo a parlà. Che poi su certe vie ci avevo scremato per davvero, tipo la mistica giraffa o l’equinozio delle banane. Ma di queste magari un’altra volta. Ovviamente le solite stronzate di sempre.

Qui, si rileva una tautologia: se le stronzate sono le solite, sono anche di sempre e non serve ripetere il concetto per due volte in sei parole. Forse il Cafone intendeva dire le stesse stronzate di sempre, ma gli è riuscito male. Pazienza.

In luogo del termine stronzate, grezzo come il Cafone che lo ha vergato, si potevano utilizzare ad esempio:

baggianate, bischerate, frescacce, sciocchezze, inezie, bagattelle, bazzecole, quisquilie, scemenze, cretinate, stupidaggini, idiozie, stupidate, bestialità, corbellerie, fesserie, ridicolaggini.

Come si vede, esisteva un’ampia tavolozza di scelte, che permettevano di modulare il concetto. Ma il vocabolario del Cafone e’ evidentemente molto limitato.

Sempre nel primo post si legge:

[omissis]… e poi torno in Italia, a Roma, e trovo la solita manica di stronzi a discutere su climbook se la via che hanno assediato per due mesi, bastonandola un giorno sì e l’altro pure, sia 5c.9 oppure (udite udite) 6a.1.

E nel secondo:

Non è il mio stile, ma non mi è sembrato per niente una calla, giusto di pochissimo più facile del passaggio chiave di Lady Evil al Moneta. E ho detto tutto. I dettagli sui punti decimali del grado li lascio a voi, ma non fatevi troppe illusioni, è duro. Poi non dite che non ve lo avevo detto, stronzi.

Qui addirittura, con ripugnante maleducazione, il Cafone si rivolge direttamente ai lettori, in seconda persona plurale, apostrofandoli niente meno che come stronzi.

Il redattore a questo punto, ritiene di dover interpretare il pensiero dei gentili lettori e di rispondere, almeno per questa volta, secondo le rime.

Caro signor Cafone, str….. sarà Lei!

Le persone come il Cafone utilizzano il turpiloquio pensando di fare cosa gradita a coloro che li ascoltano o li leggono e di passare per uomini scafati, intelligenti, moderni, che non si allineano alle convenzioni sociali.

L’utilizzo del turpiloquio è deprecabile. Sempre. Ma quando lo si fa per iscritto diventa insopportabile, intollerabile, inammissibile, fastidioso, insostenibile per l’occhio e per la mente.

In primo luogo, ritine il redattore, si tratta di una questione di educazione. Signor Cafone, mamma e papà non Le hanno mai detto di non dire le parolacce? Certamente si, ma Lei non era un bambino ubbidiente e quindi le diceva lo stesso.

Ne diceva ai suoi amichetti, per far vedere che era diventato grande, magari davanti a Bernadette, la bambina con le treccine della quale era segretamente innamorato e che purtroppo guardava Filiberto, il bambino biondo, quello col papa’ con i soldi. Il cafone (allora senza C maiuscola) non sapeva che la bambina con le trecce era innamorata di Filiberto non perché fosse biondo o avesse il papà ricco, ma semplicemente perché, diversamente da lui, era educato e gentile.

“Ma quant’era bona Bernadette”

Ne diceva, per far vedere che non si assoggettava all’autorità della maestra prima e dei professori poi, così poteva sostenere davanti ai suoi genitori e a se stesso di prendere quattro non perché fosse una capra, ma perché i professori ce l’avevano con lui.

Ne diceva al bar, il pomeriggio, insieme ai suoi amici perditempo, mentre parlava di calcio, di motori e di donne, di solito inventando avventure sessuali che non avevano mai avuto luogo, con ragazze molto carine del quartiere. Lo faceva per allinearsi al modo di essere di quella tribù di inutili e insensati parassiti umani.

Tutti comportamenti comprensibili, che probabilmente fanno parte del passato di molti lettori, tra cui lo stesso redattore. Da allora è passato del tempo, e, contrariamente alle comuni prassi, il Cafone ha continuato ad usare il turpiloquio, credendo di rafforzare con quei termini l’espressività dei suoi primitivi e modesti pensieri.

Comportamento biasimevole di per se, ma tutto sommato non grave, se consideriamo che ciascuno può’ liberamente decidere se frequentare o meno il Cafone, esimendosi volontariamente dal dover ascoltare le sue fastidiose e irritanti parolacce.

Tuttavia, in tempi recenti, l’avvento del web, ha fatto sì che questo problema possa avere un impatto anche su coloro che con il Cafone non hanno e non intendono avere relazioni.

Egli infatti, appesta per iscritto la rete con la sua prosa sozza e disgustosa, intrisa di volgarità e turpitudine, di scurrili ed offensive apposizioni ai danni del malcapitato fruitore.

Il redattore ne è un esempio.

Il Cafone in tutta evidenza non distingue tra la parola detta e la parola scritta. Esistono cose che si possono dire, ma che non si possono scrivere. Ciò e chiaro a molti, ma non a tutti. Tanto meno al Cafone.

Non sembri quella del redattore un’invettiva fuori del tempo, il pamphlet bigotto di un becero reazionario, la squallida ramanzina di un borghese benpensante e conformista. Il redattore, in quanto tale, redige per iscritto ciò che vede e sente e pertanto rientra nella di lui quotidiana normalità ascoltare qualcuno che dice le parolacce. Cionondimeno, il redattore, non riesce ancora ad accettare coloro che nei social network, illudendosi di essere tra quattro amici al Bar dello Sport, utilizzano le parolacce per aggravare l’offesa, che diventa gratuita, o per sovraccaricare il concetto, che si appesantisce a tal punto da sprofondare sotto terra per quindi scomparire.

Nella speranza che il Cafone possa un giorno leggere queste note, il redattore, nel sanzionare senza remore i suoi comportamenti, intende comunque dare a questo scritto una funzione didattica ed educativa e conclude quindi con una esortazione.

Caro signor Cafone, non è mai troppo troppo tardi. Per favore non dica più, ma soprattutto non scriva più le parolacce.

Marco Bradipo, ovvero il Cafone

Questa breve nota e quelle che seguiranno, scaturiscono da una indignazione alla quale il redattore non ha saputo porre freno.

Benché schivo ed abituato ad accettare con ritrosia le sfide che vengono lanciate alla convivenza civile, il redattore ha deciso in questa fattispecie di sporcarsi la penna per intraprende l’analisi degli scritti di un blogger e di porre all’attenzione dei suoi pochi e stimati lettori l’orrenda ed obbrobriosa figura di colui che risponde al nome di Marco Bradipo.

Costui, sconosciuto a chi scrive e, a quanto si dice, sconosciuto a chiunque altro, si firma appunto con il suo nome, vero o falso che sia. Per renderlo più vivo e per poter associare a questo nome virtuale una più solida parvenza di realtà, il redattore ha deciso di assegnargli un epiteto che, a modesto parere del redattore stesso, molto bene si attaglia al suo stile e alla sua persona, qualora veramente esistente.

Il redattore d’ora in poi si riferirà al signor Marco Bradipo con l’epiteto di Cafone.

Il prototipo del Cafone

Il prototipo del Cafone

Qualcuno osserverà che si tratta di una scelta offensiva, che anziché confinare il tono della diatriba sul piano dei contenuti, trasferisce sin dal principio e senza indugi la contesa su aspetti personali e su attacchi diretti all’individuo. Una tale asserzione può in generale essere giudicata veritiera e probabilmente lo è anche in questo caso. L’attacco alla persona toglie verve alla critica, la svuota di intensità, ne limita l’effetto. Tuttavia si ritiene che le intenzioni polemiche del Cafone siano proprio finalizzate all’utilizzo dell’offesa personale come mezzo di espressione primario allo scopo di renderla, questo è l’erroneo giudizio del Cafone, un efficace strumento di eloquio. Il redattore pertanto, accettando con riluttanza la sfida retorica con il Cafone, spera di trarne ove possibile intima soddisfazione.

Il primo contatto con il Cafone e’ avvenuto su Facebook: amici comuni hanno condiviso un suo post dal titolo Eccomi. Sono tornato. (ma era meglio per voi se stavo via un altro po’).

Chi non ha letto questo brano di fine letteratura, e’ invitato a farlo prima di proseguire, in modo da poter meglio valutare le considerazioni che seguiranno.

https://marcobradipo.wordpress.com/

Partiamo dal titolo, con il suo stile da chat di periferia, da diploma di scuola dell’obbligo.

Eccomi. Ma lei chi e’, mi scusi?

Sono tornato. Caro signor Cafone, i gentili lettori non nutrono alcun interesse per i suoi spostamenti. Nella capitale del Belpaese, orrendamente si risponderebbe al suo asserto: ….e chissenefrega.

(ma era meglio per voi se stavo via un altro po’). Ne è sicuro? Non assegna forse troppa importanza alla sua propria persona? Per quale motivo per noi sarebbe stato meglio se Lei fosse stato via un altro po’? Forse non sarebbe stato meglio che Lei stesse via per sempre?

Domande alle quali il redattore e i gentili lettori gradirebbero avere una risposta e costoro auspicano che il Cafone non si sottragga a questa incombenza.

Proseguiamo nell’analisi. Il capoverso successivo recita:

Due anni di viaggi, di introspezione e di ricerca di me stesso, di vie dure salite e tentate,…..

L’utilizzo di una espressione gergale come vie dure salite e tentate rende necessaria una breve digressione a beneficio del gentile lettore.

Dal testo proposto, si intuisce che il Cafone pratica lo sport dell’arrampicata.

Questo sport consiste nel salire su una piccola roccia alta qualche decina di metri, utilizzando per la progressione soltanto le mani nude e i piedi, questi ultimi opportunamente dotati di speciali calzature aderenti, dette pedule o scarpette. Al solo scopo di proteggere l’incolumità dello scalatore in caso di caduta, si utilizzano poi varie attrezzature come la fune, i ganci, precedentemente infitti nella viva roccia, i moschettoni ed una speciale cinta, detta imbragatura. Immancabile nella dotazione dello scalatore e’ poi un sacchetto di tela contenente della polverina bianca di carbonato di magnesio detta anche magnesite, che l’atleta utilizza a guisa di antiscivolo per ridurre o annullare gli effetti della traspirazione delle mani nude durante la salita.

L’arrampicata e’ una nobile disciplina che affonda le proprie radici nell’alpinismo e nella conquista delle incontaminate vette alpine. Ma ancor di più si radica  nella primordiale, atavica, inconscia e infantile propensione dell’uomo a salire in alto. In taluni casi, si tratta di un desiderio di integrazione trascendente con il Tutto, di una  sublimazione della voglia di avvicinarsi al Divino, di una metafora della crescita interiore. In talaltri casi, vi si ravvisa la voglia di essere più in alto degli altri a fini preminentemente sopraffattivi, per un insensato e malcelato piacere di mostrarsi superiori ai propri simili nell’ambito dell’umano consesso. Il Cafone adotta, inutile dictu, il secondo approccio e la sua prosa, trasudante spacconeria e astioso odio del prossimo,  lo denuncia in modo chiaro ed evidente.

Con riferimento specifico al testo del Cafone sopramenzionato, con la dizione vie dure si intende itinerari di arrampicata di elevata difficoltà, che richiedono preparazione fisica e mentale specifiche, nonché attitudini e perizia innate. Coloro che sono dotati di queste caratteristiche possono aspirare a percorrere questi itinerari, detti anche vie. Per gli altri, che, secondo la colorita e sgraziata terminologia adottata dal Cafone, sono definiti delle pippe, il successo e’ precluso.

Non serve dire che il Cafone è tra i pochi fortunati che Madre Natura ha dotato di queste caratteristiche e quindi può, a buon diritto, dichiarare di aver trascorso due anni non solo a tentare ma anche a salire le vie dure. Questo è l’importante messaggio che il Cafone vuole consegnare al mondo: sono stato via alla ricerca di me stesso, ma soprattutto ho salito le vie dure.

Il Cafone si ritiene molto bravo nell’arrampicata. E lo fa sapere a tutti. Ma soprattutto, lo fa pesare a tutti, con la sua insolente ed irritante spocchia. Non c’è che dire: veramente un gran Cafone!

Questo ed altri aspetti della complessa e abominevole personalità del Cafone saranno analizzati nelle prossime note del redattore.