Il Cafone e le sue false parole: Assalto Frontale

Tra tutte le esternazioni in rete del Cafone, la più seccante e fastidiosa, a modesto parere del redattore, si riferisce alla sua tick list.

È noto essere usanza consolidata  della maggioranza dei climber e degli alpinisti tenere memoria scritta delle proprie realizzazioni. Tale usanza è antica come la nobile arte dell’andar per monti ed è possibile reperire libri delle vie in tutti i rifugi delle Alpi o in contenitori metallici annessi a crocifissi o altri simili manufatti installati sulla cima delle montagne, questi ultimi detti per l’appunto libri di vetta.

Questi diari, pieni di notizie, apprezzamenti, commenti, dichiarazioni d’amore, entusiastiche asserzioni, romantici afflati nei confronti di Madre Natura, note meteorologiche e relazioni tecniche su sentieri e vie di salita, hanno costituito per decenni una preziosa fonte di informazioni riguardo a vie nuove, ripetizioni, varianti, chiodature,  cordate ed accadimenti di ogni tipo che hanno avuto luogo sulle asperità orografiche di tutto il modo. È stato questo, prima dell’avvento della rete, il modo in cui gli alpinisti lasciavano ai posteri memoria delle loro ardite imprese.

Con la nascita dell’arrampicata sportiva, i climber hanno cominciato a registrare su quadernini di vario tipo la lista delle vie fatte nelle loro giornate in falesia. Chi non ha avuto il proprio taccuino scagli la prima pietra!

Benché alcuni climber non abbiano mai rinunciato al loro taccuino personale, con l’affermazione del computer e della rete questa usanza è stata trasferita su database di vario formato e poi sulle cosiddette thick list.

Si tratta di siti web che permettono la registrazione delle vie fatte, con la possibilità di inserire la propria valutazione della difficoltà, la modalità in cui è stata effettuata la salita (on sight, flash, redpoint) e di commentare a piacimento la via in questione. In questi commenti, spesso si ringrazia l’assicuratore, oppure colui che ha spiegato, rivelato o dettato da sotto i movimenti della via, si esprime soddisfazione per la realizzazione (my first 6b, ha marcato  Filiberto dopo la sua realizzazione a Caprile), si dice se fosse umido o meno (se s’accollava direbbe il Cafone), se il grado sia hard oppure soft, se si era bevuto la sera prima (heavily drunk the night before), se la via sia di tacche (crimpy) o di resistenza (endurance), se la via sia scavata o meno (chipped), se vi siano lanci (jumpdyno riduzione di dynamic move), grosse prese (ronchie, zanche, jugs), agganci di piede (foot hook) incastri di ginocchio (kneebar). Inoltre spesso il climber indica, sovente diminuendoli, il numero di tentativi per dare la misura della sua prestazione (second go, third go, etc).

Esistono diverse thick list: alcune a livello globale, altre a livello nazionale altre ancora con respiro esclusivamente locale. La più nota e quella del sito 8a.nu, con qualche decina di migliaia di utenti. Nel Regno Unito si usa principalmente UKC Logbook, mentre in Italia i climber informano la comunità sui propri risultati su Climbook.

Il principio ispiratore, si direbbe lo Spirito Guida, della thick list deve sempre essere l’onestà: il non dire bugie, l’esprimere giudici personali non affetti da condizionamenti, devono costituire i precetti base da seguire per offrire agli altri utilizzatori informazioni corrette e, soprattutto, consegnare all’uditorio la propria immagine di climber corretto, ispirato ad una retta e intransigente moralità alpina.

Purtroppo, visualizzando la thick list del Cafone su 8a.nu salta subito all’occhio la totale mancanza di una seppur minima parvenza di moralità, per l’appunto di uno Spirito Guida. Informazioni scritte a vanvera, solo per il gusto di spiattellare giudizi con ridanciana e spocchiosa superficialità su vie difficili che farebbero il curriculum di qualunque arrampicatore, ma che lui liquida con poche laconiche, stupide e presuntuose note in inglese sgrammaticato.

Ma più di questo, conta il fatto che, con tutta evidenza, le informazioni da lui fornite sono palesemente false. Si, il Cafone, oltre a dire le parolacce, apostrofare come pippe quelli che non fanno il suo grado, scrivere in una lingua a metà tra il dialetto e l’italiano e fare finta di saperne di cosmologia, dice anche le bugie. In gergo: è un banfone. Un Cafone banfone.

Per comodità del lettore riporto un estratto della thick list del Cafone su 8a.nu, riferita al grado 8a+.

La thick list del Cafone sul grado 8a+

La thick list del Cafone sul grado 8a+

Il redattore, di solito riluttante a rendere pubbliche le proprie faccende e realizzazioni personali, in un suo non più recente passato, ha percorso e liberato proprio alcuni degli itinerari qui menzionati. Altri, su questo e su altri gradi, sono stati dal redattore tentati, ma la sorte, la dedizione e soprattutto la forza non lo hanno assistito nel superamento di queste elevate difficoltà.

Tanto basta tuttavia al redattore per sottoporre a puntuale verifica le affermazioni di Marco Bradipo.

Analizziamo una delle più evidenti incongruenze: parliamo di Assalto Frontale.

Assalto frontale small

L’attacco della via Assalto Frontale a Grotti Alta

Questa via è tra le più conosciute e ripetute di Grotti Alta, un riferimento per il grado 8a+. Aperta da Massimo Gambineri, forte arrampicatore e stimato chiodatore, a metà degli anni ’90, percorre la parte sinistra della grotta di questo settore per poi proseguire sulla placca strapiombante sovrastante.

La peculiarità di questa via è che la presa del passaggio chiave è costituita da una pietra incollata con la resina. Si racconta che l’apritore abbia prelevato una sasso da Ceuse (Francia, regione Provence-Alpe-Côte d’Azur, dipartimento Hautes-Alpes) e lo abbia portato a Grotti proprio allo scopo di incollarlo su questa via. Suggestiva ed ispirata soluzione, a modo di vedere del redattore, che nobilita la non sempre ortodossa e condivisibile scelta di scavare o incollare prese su una via: una citazione litologica, un prezioso inserto calcareo, un rifermento transnazionale al tempio del free climbing mondiale, una santa reliquia da onorare e venerare, ma soprattutto da stringere.

La leggenda racconta che, dopo l’apertura della via, questa Sacra Tacca, una volta all’anno, nel corso di un rito esoterico che si svolgeva nella notte del solstizio di primavera, tra pochi e fedeli accoliti che aspergevano vapori di magnesite da fumanti incensieri crisoelefantini e invocavano l’intervento delle energie telluriche, si illuminasse di luce propria e si ingrandisse fino a diventare una immensa zanca. Ma si trattava di un’illusione ottica di origine soprannaturale: rimessa la mano sulla tacca, essa rimenava piccola e dura da tenere.

Il redattore usa il tempo passato perché purtroppo, come molte reliquie di valore, la Sacra Tacca e’ stata trafugata, probabilmente dopo essersi staccata, e se ne sono perse le tracce. Sembrerebbe aver preso la via dell’oriente, pagata a peso d’oro a mercanti senza scrupoli dai seguaci della setta di Yuji Hyrayama. Almeno così afferma l’agente Picchi del commissariato di Rieti, delegato per la frazione di Casette e incaricato dell’inchiesta. Ora la denuncia contro ignoti è stata archiviata ed il reato prescritto.

Ma il redattore è certo che i colpevoli di questo efferato delitto subiranno la punizione Divina e sconteranno la loro pena per l’eternità nella terza bolgia dell’ottavo cerchio dell’inferno, insieme a Bonifacio VIII e agli altri peccatori che hanno fatto mercimonio di oggetti sacri, i simoniaci. Costoro giacciono nell’aldilà capovolti in buche dalle quali fuoriescono solo con i piedi e lambiti da fiamme: essi sono così fitti nelle borse che in vita vollero riempire di denaro, capovolgendo i loro sacri doveri in favore di beni meramente terreni e non divini.

Gustave Doré, La bolgia dei simoniaci

Gustave Doré, La bolgia dei simoniaci, Dante, Inferno, Canto XIX

Inutile dire che, dopo la perdita della tacca, la via è diventata impercorribile. In quel tratto di parete non ci sono altre prese e chi frequenta questa storica falesia lo sa bene. Così, la comunità si è incaricata di riattaccare il sasso, una copia abbastanza fedele all’originale, ma priva di quell’aura di sacralità che faceva di questa via un vero percorso iniziatico al grado otto.

Il redattore ha salito e liberato questa via diversi anni or sono. Erano giorni di impegno sportivo e di libertà spirituale: il redattore andava anche tre volte alla settimana a Grotti con Filiberto, che, dopo aver fatto Gladio e Gladiatori (El Grinta non era e non è ancora alla sua portata) faceva volentieri lunghi turni di sicura. Questa è vera amicizia e il redattore non dimenticherà mai la dedizione e la solidale partecipazione di questo splendido ragazzo.

La via, a partire dal passaggio duro, può essere così riassunta.
Si tiene un piccolo biditino di destra e si prende la Sacra Tacca di sinistra; si va poi a un intermedio con la mano destra, si alzano i piedi e si lancia a un buco buono (il Cafone, il redattore ne è persuaso, andava statico). Per quanto buono, dovendo lanciare, il climber si vede sempre costretto ad aggiustamenti su questo buco, tenendo a lungo la chiusa del braccio sinistro: quegli istanti in più sul bloccaggio cambiano di solito gli esiti del tentativo.
Poi ci sono un paio di passaggi duri su dei piccoli biditi, l’ultimo dei quali, rovescio, permette di uscire sulla lunga placca.
Ma non è finita. Dopo un riposo decente (molti, incluso il redattore, barano e vanno a riposare a sinistra, un poco fuori via), c’è l’ultima sequenza: piedi quasi inesistenti e aleatori, pinzatine, prese di pollice, spallate, tutto qualche metro di troppo sopra l’ultima protezione. È qui che si fanno e si vedono dei lunghi, spettacolari, spensierati e adrenalinici botti.

Fin qui l’analisi. Ma vediamo cosa ci dice il Cafone che sostiene su 8a.nu di avere fatto questa via. Leggiamo il suo commento:

Too bad the glued stone at start was broken by somebody! But I found a new methode which is easier I think. So the grade maybe 8a. Getting slowly in shape and good feelings overall. Nice view from the anchor

Il redattore tenta di seguito una interpretazione di questo sproloquio, sia per quelli che non conoscono l’inglese, sia, soprattutto, per quelli che lo conoscono.

Troppo brutto il sasso incollato all’inizio è stato rotto da qualcuno! Ma io ho trovato un nuovo metodo che è più facile io penso. Quindi il grado potrebbe essere 8a. Sto entrando lentamente in forma e con buone sensazioni [dopotutto?] {overall?}. Bella vista dalla catena.

Disturba, oltre all’inglese sgrammaticato (una per tutte: methode invece di method) la strafottenza gratuita, la presunzione del so tutto io, la stupida ironia della bella vista dalla catena, il sottinteso sberleffo verso coloro che hanno sofferto su questo tiro e perso, tentativo dopo tentativo,  strati su strati di preziosa epidermide.

Caro Cafone, chi ha fatto Assalto Frontale sa che dichiari il falso e dici le bugie. Questa via senza la Sacra Tacca (o una sua succedanea) non si può fare.

Sconterai la tua pena per l’eternità tra i falsari di parole, nella decima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno e saranno tuoi compagni di sventura Sinone, il greco che imbrogliò i Troiani per far loro accettare in dono il Cavallo di Troia, e la Moglie di Putifarre, che accusò di violenza con false parole l’incolpevole schiavo Giuseppe (Genesi, 39, 6-20).

Guercino, La Moglie di Putifarre, dal racconto biblico Genesi, 39, 6-20

Guercino, La Moglie di Putifarre, dal racconto biblico (Genesi, 39, 6-20)

Siamo alle solite! Ancora una volta ci vediamo costretti a sanzionare gravemente i comportamenti di Marco Bradipo, detto il Cafone, che si pone deliberatamente al di fuori delle regole della convivenza civile e dell’umano consesso.

Il redattore, indignato per la bassa moralità del Cafone, lo esorta a non dire più le bugie, lasciando volentieri la chiosa a Edegardo er monnezzaro per un messaggio più consono al suo livello culturale:

A cafo’, nu le devi di le cazzate: senza quaa cazzo de tacchetta sta via nu la fa manco Ondra. E nnamo no!!

Il Cafone e la Cosmologia

Grande è stata la sorpresa del redattore quando, visualizzando le esternazioni di Marco Bradipo su Facebook, ha trovato il seguente post:

Il post del cafone

Il post del cafone

Ebbene si: il Cafone si interessa di astrofisica e di cosmologia e, cortesemente, cari lettori, astenetevi da ironici risolini!

Il redattore si è chiesto come un personaggio così greve e abbietto possa coltivare interessi così particolari e specifici, che riguardano nientemeno che l’origine dell’universo che, ahi noi, ospita anche il Cafone stesso.

La prima risposta  che il redattore ha saputo darsi è che il Cafone voglia in questo modo depistare l’uditorio, volendo far credere che egli si dedica ad argomenti difficoltosi ed oscuri e che la sua immagine di cafone ignorante sia in effetti un suo vezzoso e manierato atteggiamento piuttosto che una drammatica e angosciosa realtà.

Peccato che la scelta dell’articolo ed il suo commento non solo non depistino, ma rafforzino la sua immagine di becero Cafone: troppo elevata la scelta, troppo complessa la materia, troppo complicate le congetture degli autori dello studio, troppo al di fuori delle conoscenze anche di lettori con preparazione tecnica superiore. Il tutto scritto per giunta in lingua inglese. Gli uomini di marketing direbbero fuori target.

Alla lettura del post, la mente del redattore è subito volata ad uno dei più sofisticati e sopraffini umoristi italiani del secolo passato: Achille Campanile. Costui, scrittore, giornalista, sceneggiatore e soggettista, in un suo conosciutissimo scritto cercava di mettere il relazione due cose apparentemente del tutto de-correlate: gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

In quella breve discettazione, composta nel 1974, dopo qualche tentativo speculativo, Campanile riusciva ad abbozzare un seppur labile rapporto tra queste due entità lontane anni luce l’una dall’altra.

Achille Campanile

Achille Campanile

Citiamo:

“Mi accorgo che casualmente m’è venuta sotto la penna un’analogia del tutto accidentale fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima: m’è capitato, cioè, di dire che, se l’anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto, resta la parte migliore di noi. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo; ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi resta la peggiore, il gambo.”

Tuttavia, proseguendo nell’analisi, lo stesso Campanile riconoscerà il fallimento della sua ricerca:

“Ma, ripeto, è un contatto puramente formale ed esteriore, in quanto c’è una bella differenza fra l’anima e un gambo d’asparago! Non solo, ma questa analogia del tutto formale non è nemmeno esclusiva degli asparagi, poiché anche i carciofi si trovano nella stessa situazione, quanto a percentuale di scarto.
Per concludere e terminarla con un’indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima.”

Il redattore tenterà, con modestia e rispetto verso il grande Campanile, di applicare al nostro caso lo stesso esercizio, cercando di scorgere una qualche connessione tra il Cafone e la Cosmologia.

Nell’articolo postato dal Cafone in questione si parla nientedimeno che del Big Bang e della teoria inflazionaria ad esso associata.

Il redattore, assolutamente a digiuno di queste materie ha chiesto ad AntonGiulio, arrampicatore (il Cafone direbbe una pippa galattica, con aggettivo in questo caso molto appropriato) amico di scalata di PierGiovanni e Filiberto, laureato in fisica, dottore ricercatore all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, di stilare per i lettori di questo blog una breve delucidazione, di tenore divulgativo, sul questo astruso ed impenetrabile argomento.

Inflation

Big Bang e inflazione cosmica nello spazio-tempo

La teoria del Big Bang è da diversi decenni la più accreditata teoria cosmologica che spieghi la nascita dell’universo. Con il termine Big Bang i cosmologi si riferiscono generalmente all’idea che l’universo iniziò ad espandersi a partire da una condizione iniziale estremamente calda e densa e che questo processo di espansione sia durato per un intervallo di tempo finito che continua tuttora.

Alcuni aspetti di questa teoria hanno trovato solide conferme sperimentali: Edwin Hubble nel 1929 scoprì che la velocità di espansione dell’universo cresceva con la distanza da un determinato punto, proporzionalmente al cosiddetto spostamento verso il rosso dello spettro emesso, stabilendo così che, ripercorrendo il tempo a ritroso, debba essere esistito un punto (una singolarità) ad alta densità e temperatura dal quale l’universo abbia poi cominciato la sua espansione.

Altri importanti aspetti di questa teoria tuttavia sfuggono ancora oggi ad una spiegazione e generano dei paradossi al momento irrisolvibili, che stimolano la fantasia e l’inventiva della comunità degli astrofisici. Gli strumenti teorici oggi conosciuti entrano in stallo nel tentativo di modellare gli accadimenti che ebbero luogo in quegli infinitesimi istanti che hanno seguito l’accensione della miccia dell’Universo.

I ricercatori negli ultimi venti o trent’anni hanno così proposto decine di teorie naufragate poi in un nulla di fatto. La scienza, si sa, progredisce anche per eliminazione di teorie sbagliate e quindi la verifica di un errore teorico è sempre e comunque un passo in avanti.

In particolare l’articolo postato dal Cafone si riferisce all’evento che avrebbe generato la cosiddetta fase inflattiva: un istante in cui le dimensioni di quel nucleo iniziale si sono moltiplicate esponenzialmente. Questo evento, accaduto, si stima, 10-37 secondi (un numero decimale con 37 zeri dopo la virgola) dopo l’istante iniziale,  è appunto chiamato inflazione cosmica. Da quel momento l’universo ha continuato ad espandersi fino a divenire quello che vediamo oggi, più di 13 miliardi di anni dopo quei misteriosi eventi.

Ma c’è un’altro problema legato alla teoria inflattiva sulla quale gli studiosi non hanno ancora saputo dare una risposta convincente. Come dice il Cafone: c’è ancora tanto da scoprire.

L’attuale forma della teoria inflattiva, sembrerebbe non giustificare l’esistenza di tutta la massa che è possibile osservare dagli effetti gravitazionali. È noto a tutti che la massa genera gravità: grazie ad essa possiamo camminare sulla terra, mentre sulla luna, che è più piccola e ha una gravità più bassa, invece di camminare rimbalziamo.

Gli studiosi hanno verificato che se misuriamo tutta la gravità dell’universo dobbiamo ipotizzare l’esistenza di una massa molto maggiore di quella che effettivamente si vede. Circa l’86% della massa totale dell’universo, benché siamo certi che esista, non si può vedere in quanto non emette energia. Per questo gli astrofisici la chiamano materia oscura  o anche, meno propriamente, massa mancante.

Ma ecco che, ascoltando le affascinanti spiegazioni di AntonGiulio, “mi accorgo che casualmente m’è venuta sotto la penna un’analogia del tutto accidentale fra il Cafone e la Cosmologia.”

Eccola: la materia grigia di Marco Bradipo, il suo cervello, diversamente dalla materia oscura dell’universo, si vede, o meglio si vede il cranio che la contiene; d’altra parte, sappiamo per certo che non esiste, in quanto non se ne possono vedere i prodotti sotto forma di pensieri e idee di senso compiuto. E’ vero, si tratta di un’analogia formale e per negazione, ma pur sempre di un’analogia.

L'acceleratore di particelle del Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire (CERN) a Ginevra

L’acceleratore di particelle del Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire (CERN) a Ginevra

Il redattore sottopone questo ragionamento alla verifica di AntonGiulio, il quale, perplesso, propone di realizzare una campagna di esperimenti nell’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra, utilizzando la materia grigia del Cafone. Il redattore ribatte che si tratta di cosa in tutta evidenza impossibile: AntonGiulio non lo sa, ma Marco Bradipo non esiste!

Il redattore pertanto, deluso e depresso, proclama come fallito il suo tentativo di correlazione e dichiara amareggiato:

Per concludere e terminarla con un’indagine che la mancanza di idonei risultati rende quanto mai penosa, dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra il Cafone e la Cosmologia.

Il Cafone e il metodo induttivo

Il redattore è estremamente onorato di ricevere dal suo vecchio conoscente e amico Friedrich il testo qui riportato.

Friedrich, filologo e filosofo, benché molto anziano e affetto da grave infermità, segue, nei pochi momenti di lucidità, questo blog dal suo ritiro di Weimar, in Sassonia, e, dopo aver letto le note del redattore su Marco Bradipo, detto il Cafone, ha ripreso un suo vecchio scritto, originariamente intitolato Della Plebaglia (Vom gesindel), lo ha adattato a questo personaggio e lo ha inviato al redattore con preghiera di pubblicarlo.

Friedrich Wilhelm, vecchio conoscente del redattore

Friedrich, vecchio conoscente del redattore

La versione originale è stata pubblicata molti anni fa (circa 130) e faceva parte di un’opera più ampia nella quale si riportavano i discorsi di un singolare viandante, certo Zarathustra, che, come il Cafone, andava alla ricerca di se stesso, ma, a differenza del Cafone, lo ritrovava.

Egli professava il superamento dell’uomo per andare oltre la sua condizione: un uomo senza pregiudizi e capace di generare nuovi valori, un uomo-oltre, o meglio, come diceva egli stesso nella sua lingua, uno Über-Mensch.

Il suo pensiero, spesso mal interpretato e cagione di indicibili sventure, ritrova oggi attualità nel nostro mondo infestato di onorevoli soubrette, di grandi fratelli dalle piccole menti, di isole di famosi sconosciuti, di anticipi e posticipi di campionato, di talent show senza alcun talento, di vigili urbani lungi dal vigliare, di lucidissimi opinionisti senza opinioni, di uomini onesti alla conquista di un potere disonesto, di esperti incompetenti di tutto, di oncologi laureati su Facebook, di credenti senza Dio, di miscredenti con il loro nuovi dei, di old aged adepti della new age, di viaggiatori globali affetti da protezionismo doganale, di terroni che dicono zio fa’ e odiano negri e zingari, di perbenisti frequentatori di travestiti, di ambientalisti amanti dello smog, di lavoratori che non lavorano, di capitalisti senza capitali ovvero di padroni con i soldi degli altri, di sindacalisti che sindacano su tutto, di sindaci che costruiscono discariche ma non puliscono le strade, di ministri che amministrano la solita minestra, di moralisti senza morale, di gente buona che impone le sue idee con cattiveria, di gente che odia in nome dell’Amore.

In una parola: un mondo infestato dai CAFONI.

Pertanto, per una volta, usciamo dal provincialismo del climbing nostrano e, applicando il metodo induttivo, andiamo dal particolare al generale, ripercorrendo insieme il sentiero che ci eleva dal Cafone allo Über-Mensch.

Il redattore, con le sue limitate conoscenze della lingua tedesca, ha cercato di rendere al meglio il senso del testo e si scusa con il suo amico Friedrich per eventuali discrepanze tra il testo originale e la sua traduzione.

La fonte

“Gettate i vostri sguardi puri nella fonte del mio piacere, amici!

DEI CAFONI

La vita è una sorgente di piacere; ma le sorgenti ove attingono anche i cafoni divengono avvelenate.

Io amo tutto ciò ch’è nitido; non so tollerare le bocche ghignanti e la sete degli impuri.

Essi hanno gettato lo sguardo in fondo alla sorgente e il loro sorriso ripugnante si rispecchia ora a me dal fondo del pozzo. Hanno avvelenata l’acqua pura con la loro libidine: e da quando hanno chiamato piacere i loro luridi sogni, hanno avvelenato anche le parole.

La fiamma si ritrae indignata quando essi accostano al fuoco il loro viscido cuore; lo stesso spirito gorgoglia e fumiga quando i cafoni si appressano al fuoco.

Dolciastro e appassito diventa il frutto nelle loro mani: malfermo e disseccato diventa l’albero quando essi lo guardano.

E in parecchi s’allontanarono dalla vita per allontanarsi dai cafoni: non volevano spartire con i cafoni le fonti, il frutto e la fiamma.

E parecchi se n’andarono nel deserto e soffersero la sete insieme con le belve, per non sedere intorno alla cisterna coi sudici cammellieri.

E più d’uno che giungeva come sterminatore e come grandine per i campi fruttiferi, voleva soltanto porre il suo piede nella bocca del cafone per soffocarne così la voce.

E non è questo il boccone che mi fu più duro ingoiare, sapere che la virtù ha bisogno di inimicizia, di morte, di tormentose croci… bensì io chiesi a me stesso un giorno, e quasi soffocai per la mia domanda: come? anche la vita ha bisogno dei cafoni?

Son necessarie le fonti avvelenate, i fuochi puzzolenti, i lividi sogni, e i vermi nel pane della vita?

Non l’odio, ma la nausea divorarono la mia vita! Ahimè, fui spesso stanco dello spirito, quando trovai che anche il Cafone aveva spirito!

E voltai le spalle ai dominatori quando vidi cosa chiamano oggi dominare: patteggiare e mercanteggiare il potere con i cafoni!

Dimorai tra popoli di lingua straniera, con orecchie chiuse: affinché mi rimanesse estranea la lingua con cui patteggiavano e mercanteggiavano per il potere.

E turandomi il naso ho attraversato indispettito il passato e il presente: in verità, l’uno e l’altro emanano il cattivo odore dei cafoni che scrivono!

Simile ad uno storpio che sia cieco e sordo e muto così vissi a lungo per non dover vivere con i cafoni che dominano, che scrivono, che godono.

Faticosamente e guardingo il mio spirito salì i gradini; l’elemosina del godimento era il suo ristoro; nell’appoggiarsi al bastone trascorre la vita del cieco.

Che mi accadde poi? In qual modo mi liberai dal disgusto? Come ringiovanii il mio sguardo? Come raggiunsi a volo l’altezza, là dove alla fonte più non siedono i cafoni?

Forse il mio stesso disgusto m’ha creato le ali e le forze presaghe di nuove sorgenti? In verità dovetti volare alla massima altezza per ritrovare la sorgente del piacere!

Oh, l’ho trovata, fratelli! Qui dalla vetta più alta sgorga per me la fonte del piacere! Ed esiste una vita nella quale i cafoni non bevono alla fonte!

Quasi con troppa forza per me tu sgorghi, fonte di piacere! E spesso vuoti la coppa di nuovo, mentre vuoi riempirla!

E ancora devo imparare ad avvicinarmi a te più modestia: con troppo impeto il mio cuore ti corre incontro.

Il mio cuore sul quale arde la mia estate breve, calda, melanconica e più che beata: come anela il mio cuore estivo alla tua frescura!

Scomparsa è la trepida mestizia della mia primavera! Scomparsa la cattiveria dei miei fiocchi di neve nel giugno! Divenni tutto estate e meriggio d’estate!

Un’estate sulla vetta più eccelsa, con fonti silenziose, fresche, beate: oh, venite, amici miei, perché ancor più beato divenga il silenzio!

Giacché questa è la nostra vetta e la nostra patria: inaccessibili siamo noi qui agl’impuri e alla sete loro.

Gettate i vostri sguardi puri nella fonte del mio piacere, amici! Come potrebbe essa per questo intorbidarsi? Essa vi deve sorridere con la sua purezza.

Sull’albero dell’avvenire noi edifichiamo il nostro nido; le aquile porteranno a noi solitari il cibo nel loro becco!

In verità non un cibo che possano mangiare anche gli impuri! Crederebbero di mangiar fuoco e si brucerebbero anche il grugno! In verità noi non abbiamo qui dimore destinate agl’immondi! Una caverna di ghiaccio, sarebbe la nostra felicità per i loro corpi e per i loro spiriti!

E noi vogliamo vivere sopra di loro come venti impetuosi, vicini alle aquile, vicini alla neve, al sole vicino: così vivono i venti impetuosi.

E come il vento soffierò un giorno tra loro e col mio spirito mozzerò il loro respiro: questo vuole il mio avvenire.

In verità un vento impetuoso è Zarathustra per tutte le bassure; e questo è il consiglio che egli dà ai suoi amici e a tutto ciò che vomita e sputa: «badate a non sputar contro vento!».

Così parlò Zarathustra.

 

 

 

Marco Bradipo, ovvero il Cafone

Questa breve nota e quelle che seguiranno, scaturiscono da una indignazione alla quale il redattore non ha saputo porre freno.

Benché schivo ed abituato ad accettare con ritrosia le sfide che vengono lanciate alla convivenza civile, il redattore ha deciso in questa fattispecie di sporcarsi la penna per intraprende l’analisi degli scritti di un blogger e di porre all’attenzione dei suoi pochi e stimati lettori l’orrenda ed obbrobriosa figura di colui che risponde al nome di Marco Bradipo.

Costui, sconosciuto a chi scrive e, a quanto si dice, sconosciuto a chiunque altro, si firma appunto con il suo nome, vero o falso che sia. Per renderlo più vivo e per poter associare a questo nome virtuale una più solida parvenza di realtà, il redattore ha deciso di assegnargli un epiteto che, a modesto parere del redattore stesso, molto bene si attaglia al suo stile e alla sua persona, qualora veramente esistente.

Il redattore d’ora in poi si riferirà al signor Marco Bradipo con l’epiteto di Cafone.

Il prototipo del Cafone

Il prototipo del Cafone

Qualcuno osserverà che si tratta di una scelta offensiva, che anziché confinare il tono della diatriba sul piano dei contenuti, trasferisce sin dal principio e senza indugi la contesa su aspetti personali e su attacchi diretti all’individuo. Una tale asserzione può in generale essere giudicata veritiera e probabilmente lo è anche in questo caso. L’attacco alla persona toglie verve alla critica, la svuota di intensità, ne limita l’effetto. Tuttavia si ritiene che le intenzioni polemiche del Cafone siano proprio finalizzate all’utilizzo dell’offesa personale come mezzo di espressione primario allo scopo di renderla, questo è l’erroneo giudizio del Cafone, un efficace strumento di eloquio. Il redattore pertanto, accettando con riluttanza la sfida retorica con il Cafone, spera di trarne ove possibile intima soddisfazione.

Il primo contatto con il Cafone e’ avvenuto su Facebook: amici comuni hanno condiviso un suo post dal titolo Eccomi. Sono tornato. (ma era meglio per voi se stavo via un altro po’).

Chi non ha letto questo brano di fine letteratura, e’ invitato a farlo prima di proseguire, in modo da poter meglio valutare le considerazioni che seguiranno.

https://marcobradipo.wordpress.com/

Partiamo dal titolo, con il suo stile da chat di periferia, da diploma di scuola dell’obbligo.

Eccomi. Ma lei chi e’, mi scusi?

Sono tornato. Caro signor Cafone, i gentili lettori non nutrono alcun interesse per i suoi spostamenti. Nella capitale del Belpaese, orrendamente si risponderebbe al suo asserto: ….e chissenefrega.

(ma era meglio per voi se stavo via un altro po’). Ne è sicuro? Non assegna forse troppa importanza alla sua propria persona? Per quale motivo per noi sarebbe stato meglio se Lei fosse stato via un altro po’? Forse non sarebbe stato meglio che Lei stesse via per sempre?

Domande alle quali il redattore e i gentili lettori gradirebbero avere una risposta e costoro auspicano che il Cafone non si sottragga a questa incombenza.

Proseguiamo nell’analisi. Il capoverso successivo recita:

Due anni di viaggi, di introspezione e di ricerca di me stesso, di vie dure salite e tentate,…..

L’utilizzo di una espressione gergale come vie dure salite e tentate rende necessaria una breve digressione a beneficio del gentile lettore.

Dal testo proposto, si intuisce che il Cafone pratica lo sport dell’arrampicata.

Questo sport consiste nel salire su una piccola roccia alta qualche decina di metri, utilizzando per la progressione soltanto le mani nude e i piedi, questi ultimi opportunamente dotati di speciali calzature aderenti, dette pedule o scarpette. Al solo scopo di proteggere l’incolumità dello scalatore in caso di caduta, si utilizzano poi varie attrezzature come la fune, i ganci, precedentemente infitti nella viva roccia, i moschettoni ed una speciale cinta, detta imbragatura. Immancabile nella dotazione dello scalatore e’ poi un sacchetto di tela contenente della polverina bianca di carbonato di magnesio detta anche magnesite, che l’atleta utilizza a guisa di antiscivolo per ridurre o annullare gli effetti della traspirazione delle mani nude durante la salita.

L’arrampicata e’ una nobile disciplina che affonda le proprie radici nell’alpinismo e nella conquista delle incontaminate vette alpine. Ma ancor di più si radica  nella primordiale, atavica, inconscia e infantile propensione dell’uomo a salire in alto. In taluni casi, si tratta di un desiderio di integrazione trascendente con il Tutto, di una  sublimazione della voglia di avvicinarsi al Divino, di una metafora della crescita interiore. In talaltri casi, vi si ravvisa la voglia di essere più in alto degli altri a fini preminentemente sopraffattivi, per un insensato e malcelato piacere di mostrarsi superiori ai propri simili nell’ambito dell’umano consesso. Il Cafone adotta, inutile dictu, il secondo approccio e la sua prosa, trasudante spacconeria e astioso odio del prossimo,  lo denuncia in modo chiaro ed evidente.

Con riferimento specifico al testo del Cafone sopramenzionato, con la dizione vie dure si intende itinerari di arrampicata di elevata difficoltà, che richiedono preparazione fisica e mentale specifiche, nonché attitudini e perizia innate. Coloro che sono dotati di queste caratteristiche possono aspirare a percorrere questi itinerari, detti anche vie. Per gli altri, che, secondo la colorita e sgraziata terminologia adottata dal Cafone, sono definiti delle pippe, il successo e’ precluso.

Non serve dire che il Cafone è tra i pochi fortunati che Madre Natura ha dotato di queste caratteristiche e quindi può, a buon diritto, dichiarare di aver trascorso due anni non solo a tentare ma anche a salire le vie dure. Questo è l’importante messaggio che il Cafone vuole consegnare al mondo: sono stato via alla ricerca di me stesso, ma soprattutto ho salito le vie dure.

Il Cafone si ritiene molto bravo nell’arrampicata. E lo fa sapere a tutti. Ma soprattutto, lo fa pesare a tutti, con la sua insolente ed irritante spocchia. Non c’è che dire: veramente un gran Cafone!

Questo ed altri aspetti della complessa e abominevole personalità del Cafone saranno analizzati nelle prossime note del redattore.