Il Cafone e l’improprio uso del vernacolo

Uno dei più evidenti vizi pubblici del Cafone (alias Marco Bradipo) e delle persone a lui simili è l’irrefrenabile necessità di scrivere in dialetto, aspetto sul quale mi soffermerò nella presente nota.

Si, il redattore è un inguaribile ottimista. Infatti non crede già che il Cafone non conosca la lingua italiana, o che non sia capace di esprimersi in qualcosa che assomigli all’idioma del Manzoni o del Sommo Poeta, ma considera che egli semplicemente la utilizzi in modo maldestro, credendo in tal modo di rendersi simpatico all’uditorio.

D’altra parte, il redattore evidenzierà l’incapacità del Cafone di esprimersi nel vernacolo romano e sulla disdicevole prassi sua di combinare termini e usi della lingua italiana insieme a quelli del dialetto, generando un disarmonico, antiestetico e grottesco periodare.

Per poter analizzare con maggior pertinenza tale biasimevole comportamento del Cafone, il redattore ha selezionato per i propri lettori una serie di botta e risposta di cui il medesimo si è reso protagonista nel recente passato.

Si tratta di una serie di commenti ad un post su Facebook, per la verità molto vecchio, fatto da uno scalatore, che, come si può evincere dalla relativa foto, è stato pesantemente colpito da calvizie, e che, su un tratto di roccia molto aggettante, si oppone alla forza di gravità trattenendo gran parte del peso del suo pur esile corpo con un solo dito infilato in un piccolo buco. Gesto atletico di assoluto rilievo, che denota forza smisurata e grandissima, strutture tendinee d’acciaio nonché inusitata tempra e spropositata temerarietà.

Il botta e risposta del Cafone

Il botta e risposta del Cafone

Per una migliore comprensione del dialogo e a beneficio del lettore ignaro, il redattore ha stilato un Glossario, riportato in calce alla presente nota.

Come prima osservazione a latere, il redattore rileva come il Cafone si sia preso la briga, nel mese di febbraio dell’anno 2014, di commentare un post del 29 dicembre 2008. È palese come la sindrome maniaco-depressiva del Cafone stia prendendo il sopravvento sulla sua psiche ormai labile e debilitata. Il Cafone dopo essere tornato dai suoi viaggi per ritrovare se stesso, visita le pagine Facebook di altri arrampicatori, ne guarda i post e le foto con ossessionante e morbosa pervicacia, apponendo commenti e sentenze, di vario tipo, ma invariabilmente volgari, offensivi e supponenti, risalendo persino ad eventi che hanno avuto luogo anni e anni or sono.

Sono qui indiscutibilmente riscontrabili i sintomi di una sindrome di eccitamento psicoaffettivo endogeno, ovvero a genesi autoctona, caratterizzata dall’esaltazione morbosa, pervasiva, protratta ed altrimenti ingiustificata, di sentimenti vitali ed emozioni, nonché delle pulsioni istintive. Un tale stato di relazione patologica si associa nel Cafone ad un senso di autostima ipertrofica, di ottimismo e di facilità nel perseguimento dei propri obiettivi, che sottendono sentimenti di sicurezza e di potenza, spesso ostentati.

Il monodito

Il monodito

Riguardo allo stile, ci limiteremo a commentare alcune sue proposizioni, a campione.

proposizione A

certo che palle co sti monoditi. abbiamo capito
Strugge il verificare lo scempio perpetrato ai danni della lingua. Il Cafone desidera usare il dialetto, nel tentativo, novello Pollok, di dare materialità alla sua pennellata, oppure, novello Bernini, volume e movimento al colpo del suo scalpello. Ma vanifica i suoi sforzi scrivendo abbiamo invece di avemo, oppure del più trasteverino e pittoresco ‘amo.
La stessa frase scritta da un Belli o da un Trilussa, o più semplicemente da Edgardo, qualificato operatore ecologico dell’AMA, detto Edegardo er monnezzaro, suonerebbe:

certo che palle co’ sti monoditi.
‘amo capito

e sarebbe stata una riuscita coppia di versi sciolti, un’endecasillabo e un quinario, in perfetto dialetto romanesco.
Riguardo al contenuto, il Cafone fa intendere che i monoditi gli sono venuti a noia. Probabilmente ne ha usati troppi nel percorrere le sue vie dure in giro per il modo e ora non vuole sentirne più parlare. Oppure non li ha mai sopportati e le vie dure da lui percorse non ne avevano, cosa certamente singolare, ma pur sempre possibile.

Edgardo, operatore dell'AMA, casuale maestro del dialetto romano

Edegardo er monnezzaro, operatore dell’AMA, elegatiae arbiter del dialetto romanesco

proposizione B

beh però per dire il grado prima devi farla
Qui, in modo incoerente e fuor di luogo,  si passa allo pseudo italiano. Suona male. Molo male, caro Cafone!
Si ravvisa inoltre la presuntuosa ostentazione della sua conoscenza delle regole di questo sport. Lui le conosce, gli altri no.

proposizione C

Cioè aspe. Siccome non è stata liberata ce metti la sbarra?
Aspe  [probabilmente Aspè], abbreviazione dialettale di aspetta.
Scritta per bene, in dialetto, avrebbe suonato cosi’:

Cioè aspè. Siccome nun e’ stata liberata, ce metti ‘a sbara?

Trascurare l’elisione consonantica (sbarra invece di sbara) significa, come fanno alcuni attori padani impreparati, snaturare completamente il senso del dialetto della capitale e la sua naturale fluidità per farne così una brutta e ridicola maschera. Suona male. Molo male, caro Cafone!

proposizione D

Ahaaaha ma dandove siete usciti tutti

Il termine dandove (traducibile con da dove) doveva probabilmente essere da ‘ndove, e la frase completa, enunciata da Edegardo er monnezzaro, avrebbe suonato così, con le elisioni, modifiche e integrazioni del caso:

Ahaaaha ma da ‘ndò sete esciti tutti quanti

proposizione E

Poi sittepiace pensare che un posto del cazzo tipo gr88 dove hanno scavato pure l’anima de li mortacci de Comici abbia una via de novea fate pure

Notiamo il sittepiace, riconoscendone per una volta il valore effettuale, alla seconda persona singolare, che tuttavia non si accorda con il fate pure, seconda persona plurale. Notiamo ancora la orribile commistione di italiano e romano. Er Monnezaro avrebbe invece detto:

Poi sivvepiace pensà che ‘n posto der cazzo tipo Grotti, ‘ndove hanno scavato pure l’anima de li mortacci de Comici, c’ha ‘na via de novea, fate pure.

proposizione F

Che provinciali. Nel resto del mondo i ragazzini de 16 fanno il novea al terzo giro e qua stamo a discute de una via che forse è novea ma non se sa bene perché dopo cent anni ancora nessuno l ha liberata. Patetico

Stessi vizi, e nessuna virtù.

Edegardo er monnezzaro direbbe:

Che provinciali. Ne’ resto der monno, li recazzini de sedic’anni fanno er novea ar terzo giro e qua’ stamo a discute de ‘na via che forse è novea ma nun se sa bene perché dopo cent’anni ancora nu’l’ha liberata nessuno. Patetico.

Il redattore potrebbe continuare, ma si ritiene sia sufficiente cosi’.

Il dialogo, come si può rilevare, si dipana attraverso dichiarazioni farneticanti del Cafone e denuncia in modo inequivocabile la di lui colossale, imponente, incommensurabile, sterminata, titanica, irreparabile e definitiva ignoranza.

Basti per ora, per concludere, un’esortazione al Cafone ad una revisione radicale del suo stile espressivo, per la quale il redattore, per farsi meglio meglio comprendere, ha chiesto la traduzione vernacolare allo stesso Edgardo:

‘A Cafone, sivvoi parla’ romano, parla romano, sivvoi parla’ itajano parla itajano. Ma tte prego: nu le mischia’, perche’ sona male e nu se capisce ‘n cazzo!

GLOSSARIO
(utile all’interpretazione del dialogo sopra riportato)

Monodito: buco nella roccia utilizzato come appiglio che consente l’introduzione di un solo dito;

gr88: forma stupidamente goliardica utilizzata dal Cafone per indicare la località Grotti (Frazione di Cittaducale, provincia di Rieti) dove si trova la parete di roccia in parola;

Novea, 9a/9a+: grado di difficoltà di una via di arrampicata; attualmente considerato vicino al limite massimo consentito all’essere umano;

Liberata: una via si dice L. quando è percorsa dall’inizio alla fine senza mai precipitare, facendo passare, laddove previsto, la fune negli appositi ganci; si dice anche che la via è stata fatta in libera;

Ultimo tango a zagarolo: il nome della via di cui si discetta, che, da quanto si evince dalla conversazione, non è stata ancora liberata;

Gnerro: Alberto Gnerro (Cossato, 26 luglio 1969), forte scalatore italiano, che, da quanto si apprende,  avrebbe in passato visitato le rocce di Grotti, esprimendo giudizi in lingua inglese.

Terzo giro: per indicare il livello della prestazione sportiva, oltre al grado della via, si usa indicare anche il numero di volte che e’ stato necessario percorrerla per farla in libera.

Comici: Emilio Comici (Trieste 21 febbraio 1901 – Selva di Valgardena, 19 ottobre 1940), grandissimo alpinista, forse tra i più grandi di tutti i tempi, sestogradista e dolomitista le cui imprese sono rimaste insuperate per molti lustri, sia per la loro audacia che per l’ardimentoso stile con cui sono state effettuate.

ciclope: alias Alessandro Marocchi, noto e forte arrampicatore romano della prima ora, prepotente e spavaldo rodomonte; ha all’attivo numerose vie di grado 8c e 8c+; oggi allenatore di successo.

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