Le arrampicate di Turi

parete 2Se il caldo dell’alto forno fosse stato meno soffocante, se l’aria che Turi era costretto a respirare fosse stata meno inquinata, se non fossero state le due del pomeriggio e se fuori non ci fosse stata una temperatura di quaranta gradi all’ombra, in quella città fatta di fabbriche e mafiosi che ne gestivano la produzione, in quell’estate bollente che aveva battuto ogni record di canicola, in una situazione di grave disagio per i lavoratori delle acciaierie costretti da una lunga battaglia sindacale a dover lavorare così a lungo per recuperare con le ore straordinarie quello che avevano perduto nella interminabile stagione di scioperi, certamente le cose sarebbero andate diversamente.

Successe invece che Turi, nonostante fosse preso da una specie di insopportabile sensazione di soffocamento, non si allontanò dal suo posto di lavoro ma preferì rimanere di fronte alla bocca del forno per tirar fuori l’ultimo laminato inox al cromo-molibdeno prima di fine turno. Tale gesto gli fu fatale, nel senso che fu certamente voluto dal fato, non tanto per le conseguenze immediate del malore di cui fu vittima quanto per gli sviluppi che questo evento ebbe nella sua vita.

Infatti, a causa del brusco calo di pressione causato dalla vampata di calore generata dall’ultimo laminato, Turi perse conoscenza. Subito soccorso dagli operai addetti ai primi stadi del raffreddamento, venne trasportato all’ospedale provinciale di Trimunti, dove, portato in sala di rianimazione, gli fu riservata la prognosi e fu sottoposto a terapia intensiva.

I familiari di Turi, avvisati dai colleghi e accorsi in tempo record all’ospedale, non poterono che meravigliarsi del fatto che un fisico forte e resistente come quello di Salvatore non avesse resistito alle fatiche del lavoro in acciaieria.

I medici furono vaghi sia sulla diagnosi che sulle cause di quel malore: nessuno dei primari dell’ospedale fu in grado di dare una spiegazione plausibile a quello che doveva essere un calo di pressione temporaneo che invece si prolungava oltre ogni aspettativa.

Turi, dopo quattro settimane di terapia intensiva ancora aveva sessantasette di massima e trentadue di minima!

Alla quinta settimana la situazione ormai stazionaria indusse i medici a sciogliere la prognosi e a dimettere Turi per permettergli di essere più comodamente curato in casa dalla moglie e dagli altri famigliari.

Turi, timorato di Dio, pregava tutte le sere Santa Rosaria che gli facesse tornare la salute come prima e che i paesani potessero continuare a chiamarlo ‘o lione, come prima dell’incidente. Prima di coricarsi si inginocchiava sul suo letto, con grande fatica per la pressione bassa, e dopo qualche secondo di giramenti di testa cominciava a pensare a quella bellissima immagine della Santa che fin da bambino aveva costituito l’oggetto di tutte le sue preghiere. Per lui quella statuetta di Santa Rosaria tempestata di pietre preziose era la Santa in persona, non solo una sua rappresentazione. La sua visione lo mandava quasi in estasi divina e una volta successe che i genitori dovettero andarlo a prendere alle otto di sera sulle panche della chiesa perché il sagrestano non riusciva a smuoverlo dalla posizione di adorazione in cui si trovava.

Grande fu il suo dolore e dispiacere quando una mattina, durante la messa delle sei, i fedeli si accorsero che la loro adorata statua ornata di rubini, topazi e acque marine era stata trafugata da esperti professionisti del crimine. Il maresciallo Spanò, che dichiarò trattarsi con certezza di un furto su commissione e che la statuetta sarebbe stata gia piazzata sul mercato d’oltreoceano, decise quindi di non avviare alcuna indagine approfondita.

Dopo essere stato dimesso dall’ospedale, Turi, fortemente indebolito, fu portato a casa della suocera. La moglie Rosalia infatti non poteva accudirlo come avrebbe dovuto per via del lavoro a servizio che la impegnava fin dalle prime luci dell’alba e Turi non si sentiva di rimanere solo, nel caso avesse avuto di nuovo svenimenti o altri malori.

In casa della suocera si sistemò nella stanza che fu del cognato Salvo e che, dopo la morte di quest’ultimo, non era stata mai più utilizzata.

La stanza di Salvo dava sul cortile interno del fabbricato, un bel cortile con i muri in pietra con le finestre disposte a tre a tre sui quattro lati. Quel cortile, così bello, era però praticamente inutilizzato e non era nemmeno percorso dagli abitanti dello stabile, perché gli ingressi delle scale erano stranamente stati costruiti sulla facciata principale del palazzo e non all’interno del cortile, che era accessibile solo da un corridoio secondario. Cosi da quando i figli degli inquilini, inclusi Rosalia e Salvo, erano cresciuti e non giocavano più a palla o a mosca cieca, quel cortile serviva solo per scuotere lenzuola e tovaglie.

Una mattina intorno alle nove, la suocera era già uscita per la spesa e Turi decise di alzarsi dal letto e di prendere una boccata di aria fresca prima che la calura la rendesse di nuovo irrespirabile. Fu cosi che dall’altra parte del cortile, in una finestra aperta alla sua stessa altezza, vide una donna bellissima dai grandi occhi neri e dai lunghi capelli color carbone, che stendeva le lenzuola gualcite dalla notte.

– Buongiorno, signora, bacio le mani – disse Turi con tono rispettoso.

– Buongiorno – rispose la signora in modo sbrigativo, chiudendo le imposte rapidamente.

A Turi non sfuggì il fatto che la signora dagli occhi neri, non appena chiuse le imposte, prese a spiarlo lungamente dalle fessure. Turi si sentì il sangue ribollire e capì che, nonostante la malattia, rimaneva sempre il Turi ‘o lione che tutti conoscevano.

Il dottore in visita al pomeriggio riscontrò che la pressione aveva subito un certo rialzo, attribuito, a suo dire, alla canicola che andava placandosi, ma Turi, che conosceva se stesso meglio di qualunque medico, sapeva che quell’innalzamento era dovuto da una parte alle preghiere a Santa Rosaria e dall’altra all’episodio accaduto la mattina stessa.

L’indomani Turi si svegliò di buon umore come non gli accadeva da quando gli occorse il fatto dell’acciaieria. Andò in bagno, si sbarbò con cura, si pettinò i baffi, si mise la brillantina ai capelli, indossò la vestaglia di seta e si affacciò alla finestra in attesa degli eventi.

Alle nove in punto le imposte della finestra davanti a lui si aprirono e la signora dagli occhi neri e dai capelli color carbone si affacciò per dare aria alle lenzuola.

– Buongiorno, signora, bacio le mani – ripeté Turi con lo stesso tono del giorno prima.

– Buongiorno – rispose con inattesa gentilezza la signora.

– Bella giornata! Fresca, che ne dite? – incalzò Turi.

– Non temete, arriverà anche oggi il caldo! – disse lei con una smorfia del labbro, come per dire che lei la sapeva lunga, e allontanandosi dalla finestra.

Turi sentiva che ora la pressione era al punto giusto e che il suo cuore pompava come e forse più di prima dell’incidente.

In un breve istante il suo spirito di maschio decise di andare da lei, ma la suocera piantonava il salotto che portava all’ingresso e quindi alla porta di casa e inoltre avrebbe rischiato di farsi vedere da tutto il vicinato passando davanti al portoncino che guardava la strada.

Non aveva altra alternativa che percorrere con aerea arrampicata i muri di pietra, apparentemente ben appigliati, sotto le finestre, all’interno del cortile, che lo avrebbero condotto alla finestra di lei.

Si sfilò le pantofole, indossò delle scarpe di gomma molto strette, usci fuori dal davanzale tenendosi prima al bordino consunto e scivoloso e poi  alle rugosità della roccia e percorse tutti e tre i lati della parete. L’equilibrio era precario, le mani dovevano attaccarsi alle minime asperità del muro fatto di grandi pietre cementate una con l’altra e se fosse caduto da quell’altezza Turi sarebbe stato spacciato. Il percorso tra una finestra e l’altra era impegnativo e pericoloso, ma Turi, spinto da una forza irrefrenabile, andava avanti senza paura.

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Arrivato sotto alla finestra della signora dagli occhi neri Turi, tenendosi al davanzale di marmo, si sollevò facendosi spazio tra le fresche lenzuola appese fino ad arrivare a vedere l’interno della stanza e, rimanendo con i piedi nel vuoto, si diede l’ultima spinta per entrare. La stanza era vuota, ma si sentivano dei rumori che giungevano dalla cucina. Turi decise di attendere che la signora arrivasse, con calma, accomodandosi sul letto.

Dopo circa venti minuti la signora dai capelli neri entrò nella stanza e, appena vide Turi sdraiato sul letto, tirò fuori un urlo di spavento portando istintivamente la mano alla bocca per soffocare il suo acuto.

– Che fate qui? – disse agitata la donna.

– State calma, non vi farò nulla. Volevo solo vedervi più da vicino. I vostri occhi neri, ora che posso guardarli bene, qui da vicino sono ancora più belli, sembrano di velluto – disse Turi con voce calma e sensuale.

– Andate via subito, se tornasse mio marito Tano sarebbe la fine, sia per voi che per me. Mio marito è molto geloso e non capirebbe perché voi siete venuto, non crederebbe che ve ne stavate andando – disse la signora, ma Turi intuì che il suo era solo un copione da recitare, non già l’espressione dei suoi desideri.

– Ma io non voglio andar via, come vi chiamate? – chiese Turi con aria sicura.

– Concetta, ma. ..se voi volete. …mi potete chiamare Cettina. Ma vi prego, andate via!

– Cettina, con il profondo dei vostri occhi neri voi avete resuscitato un cadavere, mi avete fatto di nuovo sentire uomo dopo mesi di buio. Ora non potete chiedermi di andar via. Vi desidero più di ogni altra cosa.

Cettina cominciò ad avere il respiro affannoso: qualcosa di incontrollabile stava piegando la sua volontà, qualcosa stava cedendo dentro di lei. – Vi prego, andate via! – insistette Cettina con voce tremula, ormai impotente, soggiogata dallo sguardo di Turi. Lui capì che doveva agire senza attendere oltre: si avvicinò lentamente a lei, che lentamente indietreggiava, come ipnotizzata dal suo stesso desiderio, e non appena fu con le spalle al muro, Turi la afferrò per la vita, la strinse con forza a se e, dominandola con i suoi occhi pieni di fuoco, la baciò con voluttà.

***

Il ritorno lungo la parete di pietre del cortile fu, per l’euforia, meno difficile di quanto Turi non si aspettasse. Tornato in camera, Turi si inginocchiò sul letto e pregò lungamente Santa Rosaria che gli aveva finalmente fatto tornare la salute.

Al pomeriggio il medico misurò la pressione e sentenziò: – Lei si è ripreso. Se la situazione rimane stazionaria per altri due o tre giorni può tranquillamente tornare a lavorare.

Turi al solo sentire la parola lavorare, dopo aver assaporato qualche settimana di ozio, si sentì di nuovo calare la pressione e raggelare il sangue.

Doveva escogitare un sistema per farsi abbassare la pressione. Andò allora nel bagno della suocera, che, a quanto lui sapeva, soffriva, come molti anziani, di pressione alta. Trovò una scatola da trenta compresse ancora intatta di Deprimol. Aprì la confezione e lesse le istruzioni: Indicato negli stati di alterazione e innalzamento della pressione arteriosa. Da assumere dietro stretto controllo medico.

– È proprio quello che mi ci vuole – pensò Turi.

Nei giorni successivi, Turi ripercorse più volte la parete, le cui prese gli erano ormai diventate familiari, e Cettina lo accoglieva sempre volentieri nel suo letto. Al suo ritorno, poco prima della visita, Turi prendeva una compressa di Deprimol ed il medico non riusciva a dare una spiegazione a quell’improvvisa ed inattesa ricaduta di quella strana malattia.

Trascorsero così molte settimane e arrivò l’autunno: a volte pioveva e solo la temerarietà e la grande maestria acquisita da Turi potevano permettergli di arrivare alla finestra della sua amata senza precipitare dalla parete resa viscida dall’acqua.

Tutto sembrava andare liscio per Turi: non doveva recarsi al lavoro, la salute non dava problemi, se non fittiziamente, poteva disporre di una bellissima mora dagli occhi neri come concubina, sua moglie non era per nulla insospettita, e non girava nessuna voce in paese. Insomma mai nella sua vita era stato così felice. E di questo rendeva tutte le sere grazie a Santa Rosaria.

Successe però una mattina che mentre Turi e Cettina stavano facendo i loro giochi amorosi, il marito Tano rientrasse d’improvviso ed inaspettatamente dal lavoro.

– Cettina! Dove sei? Non sei in casa? – disse ad alta voce Tano dall’ingresso.

Fu un colpo imprevisto, ma la prontezza di riflessi dei due amanti ebbe la meglio.

– Sono qui Tano, in camera da letto – rispose Cettina mentre Turi usciva dalla finestra.

Tano entrò in camera e trovo la moglie sotto le coperte.

– Che fai a letto a quest’ora della mattina? – chiese sorpreso Tano alla moglie.

– Ho avuto un mancamento e mi sono venuta a coricare.

– Ma sei accaldata, Cettina mia, chiudi la finestra che ti viene un malanno!

Turi era appena uscito dalla finestra e le sue dita erano attaccate al davanzale come unico sostegno al peso del suo corpo.

– No Tano, lasciala pure aperta, la finestra… Ti prego… ho bisogno di aria.

Tano si avvicinò comunque alla finestra, Turi sentì i suoi passi e fu costretto fare una mossa azzardata: utilizzando le rugosità della parete, con i piedi appoggiati su un minuscola tacca, piegò le gambe e d’improvviso si lanciò di sotto, riagguantando un’altra presa con le dita come un trapezista e riuscendo a reggere lo strappo.

Si ritrovò in preda al terrore appeso alla parete, con i pedi nel vuoto, le mani che si stancavano sempre più e Tano che discorreva con la moglie davanti alla finestra. Se lo avesse scoperto non ci sarebbe stata altra via che la lupara, per lui e per la povera Cettina.

I minuti passavano e la fatica nelle dita e negli avambracci cominciava a farsi sentire anche su un scalatore ormai allenato come Turi. Fu allora che Turi cominciò ad avere le visioni: con la testa girata da una parte, vide la statua di Santa Rosaria, poggiata su un altarino che risplendeva in tutta la sua bellezza. Approfittò per chiedere aiuto alla Santa, che non lo facesse morire, ne precipitato ne ammazzato a colpi di lupara.

Era dai tempi della sua infanzia che non pregava con così tanta intensità e più pregava, più l’immagine della Santa diventava nitida e vera.

Dopo circa venti minuti, con le mani ormai completamente irrigidite, Turi sentì Tano che si allontanava dalla finestra e salutava la moglie per recarsi di nuovo al lavoro.

Turi poté cosi rialzarsi, ringraziando Santa Rosaria, da quella posizione scomodissima, per raggiungere di nuovo la stanza di Cettina.

Quel giorno decisero di farla finita con i loro incontri, che certamente li avrebbero in breve condotti a morte violenta.

Turi partì così per l’ultima volta per la traversata a ritroso sulla parete. Durante la traversata, ormai ritrovata la tranquillità, volse lo sguardo verso il luogo ove in quei terribili minuti aveva visto la statua della Santa e scorse nella finestra del piano di sotto, nella parete in fondo, un altarino con una statua del tutto simile a quella che gli era apparsa durante la visione. Sarebbe stato pronto a giurare che quella era la statua a cui dedicava le proprie preghiere di bambino.

Incredulo decise così di andare a guardare più da vicino, dentro a quella finestra. Entrato nella stanza, non credette ai suoi occhi: la statua era proprio quella di Santa Rosaria, rubata nella chiesa del paese e mai più ritrovata.

Si inginocchiò e pregò per qualche minuto. Poi la prese in mano, la baciò e la assicurò alla cinta dei pantaloni, per tornare in casa della suocera.

***

La sabbia brillava bianca sotto i raggi del sole caldo e Cettina, distesa sul bordo della piscina, si spalmava la crema abbronzante, curando di non lasciare zone scoperte. La sua pelle riluceva come bronzo, i suoi occhi brillavano come diamanti neri.

– Cettina, penso che dovremmo cambiare casa – disse Turi, sdraiato sul bordo della piscina bevendo un marguaritas, proprio sotto alla nicchia dove avevano sistemata la fedelissima copia in plastica della statua della Santa.

– Perche? A me piace stare qui! Magari ci sono troppi americani! Ma tutto sommato si sta tranquilli, Turi mio – disse Cettina sorseggiando il suo cocktail.

Turi aveva paura che qualcuno si insospettisse anche se sembrava improbabile che il commissario Spanò o l’Interpol venissero a cercarli proprio li, in quella sperduta isola dei Caraibi, dove era fuggito insieme a Cettina.

In ogni caso, pensava, se fosse arrivato qualcuno a cercarli, lui e Cettina sarebbero potuti scendere dal lato posteriore della villa, lungo il muro ben appigliato con i mattoncini a losanghe, e partire verso l’altra isoletta, a trenta miglia da li, sul loro motoscafo veloce da duecentocinquanta cavalli. E, ringraziando Santa Rosalia, finiva di bere il suo marguaritas, in attesa che la servitù gli portasse il pranzo.

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